Codice tributo 4034

Codice tributo 4034

Prima di entrare nel vivo del discorso, andando ad analizzare finalità e utilizzo del codice tributo 4034, è utile andare a fare qualche precisazione preventiva su quello che è il Modello F24 che, come sappiamo bene, serve per pagare quelle che sono le tasse che ciascuno di noi, ciascuna azienda, ha l’obbligo di versare allo Stato o agli enti statali.

Ciascun versamento di ciascun tributo da pagare avviene attraverso l’utilizzo del codice corrispondente. In questo caso, quindi, il codice da utilizzare è il 4034 e serve per il pagamento della seconda rata dell’acconto Irpef, che deve essere pagata entro il 30 novembre di ogni anno.

Come usare il codice tributo 4034

Quando si deve calcolare l’importo da pagare, si deve prendere in considerazione la somma che risulta al rigo RN33 Differenza che appare nella pagina dedicata del modello in questione.

In poche parole, l’acconto da versare sarà proprio quell’importo che troviamo lì. Attenzione, si paga solo ed esclusivamente nel caso in cui si tratti di una somma superiore a 52 euro: se la somma risulta essere inferiore, infatti, non verrà richiesto per importi che risultano inferiori a quella cifra.

Si deve anche sottolineare che dal totale si deve detrarre il primo acconto, nel caso in cui sia stato pagato, che è pari al 40% del totale, così come si devono detrarre anche gli altri importi a credito che fanno riferimento agli esercizi precedenti.

Alcuni avvertimenti

Se si pensa che l’acconto di novembre sia rateizzabile, questo non è vero. Non può essere in alcun modo rateizzato e, pertanto, deve essere pagato in una sola rata.

Se si possiede una partita IVA, per effettuare il pagamento ci si può collegare al sito online dell’Agenzia delle Entrate, che richiederà il codice PIN in vostro possesso.

Se, invece, non si ha partita IVA, il pagamento può avvenire online tramite l’utilizzo del proprio conto corrente, direttamente dal sito della banca. Nel dubbio, si può chiedere l’aiuto di un esperto del settore che andrà a compilare al meglio il modello F24, andando ad addebitare l’importo a debito sul conto di colui che deve effettuare il pagamento.

Pagamento in ritardo? Ecco cosa succede

 A questo punto, risulta utile porsi delle domande. Ad esempio, ci si deve chiedere cosa accade se il pagamento in questione avviene in ritardo? Rispondere a questa domanda richiede un discorso abbastanza articolato, dato che quando si fanno dei ritardi nei pagamenti delle imposte dovute si incappa in sanzioni, per lo più pecuniarie.

Nel caso specifico, se si versa l’acconto Irpef in ritardo, si può utilizzare quello che viene definito ravvedimento operoso. Si tratta di uno specifico istituto giuridico, con il quale il contribuente può andare a regolarizzare la propria posizione, in difetto, con il Fisco. Se si attiva questo iter, si vanno a evitare tutte quelle sanzioni previste dalla legge in questo caso, anche se c’è una conditio sine qua non: il contribuente deve provvedere al pagamento in maniera autonoma e non ci deve essere già stato un accertamento fiscale.

C’è, tra l’altro, un caso particolare, ossia un ritardo minore a 14 giorni a decorrere dal 30 novembre. Cosa accade in questo caso? Si fa ricordo al ravvedimento veloce che permette di pagare una sanzione molto ridotta e pari allo 0,2% del totale da versare per ciascun giorno di ritardo.

Nel caso in cui i giorni di ritardo siano 14, la sanzione sarebbe pari al 2,8%. Nel caso in cui si è dinanzi a un ritardo maggiore di 14 giorni ma inferiore a 30, allora la sanzione è elevata al 3% dell’imposta pagata oltre la scadenza.

Se, invece, si regolarizza il pagamento entro quelli che sono i termini utili per la presentazione della successiva dichiarazione dei redditi, allora la sanzione sarebbe uguale al 3,75%. Si deve ricordare che in più si deve pagare anche l’interesse legale che scatta a partire dal giorno dopo la data di scadenza del pagamento.

Codice tributo 3958 per pagamento Tasi

Codice tributo 3958

Quando si parla di codice tributo 3958 non si può non fare un excursus sulla TASI, che è la tassa sui servizi indivisibili, tassa di recente istituzione che è diventata una delle principali in del sistema di imposizione fiscale sugli immobili.

Questa deve essere pagate, come è noto, attraverso la compilazione del modello F24 e il contribuente deve fare molta attenzione a non sbagliare in questo frangente, al fine di non incappare in sanzioni.

Per il pagamento della tassa in questione, ci sono diversi codici tributo che dipendono dal tipo di immobile su cui si paga l’imposta.

Questi variano dal codice tributo 3958 al 3963, sia a seconda dell’immobile che a seconda del tipo di pagamento da effettuare.

Codice tributo 3958: a cosa serve?

Il codice tributo di cui stiamo parlando è, come detto, solo uno dei diversi codici che riguardano il pagamento della TASI. Esso si usa quando il pagamento riguarda la prima casa e le relative pertinenze. Nello specifico, gli altri codici tributo relativi alla TASI sono i seguenti:

  • codice tributo 3959, che concerne la TASI per i “fabbricati rurali ad uso strumentale”
  • codice tributo 3960, che concerne la TASI per le “aree fabbricabili”
  • codice tributo 3961, che concerne la TASI per “altri fabbricati”.

Come di usa il codice tributo 3958

 Il codice tributo 3958 che serve per il pagamento della TASI su prima casa e pertinenze annesse, deve essere utilizzato nell’apposita sezione che è quella denominata come “IMU ed altri tributi locali”.

Come si compila il tutto? Semplicemente scrivendo nella somma degli importi a debito, quelli che sono gli importi che si devono pagare.

Si nota anche lo spazio denominato “Codice ente / codice comune”, nel quale deve essere indicato quello che è il codice catastale del comune in cui si trova l’immobile per il quale si paga la tassa in questione. Si deve anche osservare lo spazio “Ravv.” , che concerne, invece, il ravvedimento operoso.

Questo spazio si compila solo nel caso in cui si debba effettuare questa operazione. Infine, ci sono due spazi denominati “Acc” e “Saldo” che devono essere segnati a seconda che si tratti di acconto o di saldo.

Codice tributo 1040 per ritenuta acconto

F24 telematico

Quando si compila il modello F24, si devono avere ben chiari quelli che sono i vari codici tributo da utilizzare. Ce ne sono tanti e ciascuno va a individuare uno specifico tributo: pertanto, conoscendo la tassa che si deve andare a pagare, è possibile risalire al codice corrispondente, da utilizzare per il pagamento della stessa tramite modello F24.

Il codice tributo 1040: quando usarlo

 Tra i tanti codici tributo che si utilizzano più frequentemente, c’è il 1040. Vediamo, quindi, a cosa serve il codice tributo 1040 e quando deve essere utilizzato.

La prima cosa da sapere è che suddetto codice tributo 1040 viene utilizzato al fine di versare quella che è la ritenuta d’acconto Irpef, che viene versata dal sostituto di imposta, che ha una partita Iva, al libero professionista. Questo è quanto sancito nel DPR 600 del 9/9/1973 all’articolo 25.

In poche parole, con tale codice si vanno a versare quelle che sono le ritenute su redditi di lavoro autonomo che riguardano i compensi per l’attività di arti e professioni.

In tutti questi casi, quindi, si deve utilizzare il codice tributo 1040.

Come utilizzare il codice tributo 1040

 Abbiamo detto che questo codice tributo 1040 viene versato da un soggetto committente, in rapporto a quella che è la ritenuta d’acconto effettuata per i compensi, anche occasionali, che vengono dati ai propri collaboratori.

Ci si potrebbe confondere con il codice tributo 1038 e, pertanto, è utile aprire una parentesi in merito. Questo codice viene utilizzato quando si deve effettuare il versamento della ritenuta d’acconto sul quello che è il compenso pagato un libero professionale. Qualche esempio? Per il compenso dato a un avvocato o a un commercialista si deve usare questo codice.

E’ bene sapere, a questo punto, che sia per nel primo che nel secondo caso, il versamento in questione, da effettuare come detto dietro compilazione del modello F24, deve essere fatto entro il giorno 16 del mese successivo all’avvenuto pagamento!

Ma veniamo al dunque e cerchiamo, quindi, di capire come usare il codice tributo 1040.

Un caso pratico

Supponiamo di essere un’azienda, che ha bisogno di un collaboratore esterno per la realizzazione di una indagine di mercato per il lancio del nostro nuovo prodotto. Dato che si tratta di una collaborazione esterna e occasionale, il professionista in questione non può essere classificato come nostro dipendente.

Tuttavia, se il rapporto lavorativo non dura per più di 30 giorni nell’anno solare e non supera la somma di 5.000 euro netti all’anno, allora si può optare per una ritenuta d’acconto come strumento per legittimare il rapporto stesso.

Adesso andiamo oltre e facciamo due conti. Ipotizziamo, ad esempio, che il collaboratore esterno svolga tutto il lavoro in 15 giorni, per un compenso lordo di 1500 euro.

Cosa deve fare, a questo punto, la nostra azienda per essere in regola? Entro il 16 del mese successivo a quello di conclusione dei lavori e di pagamento, deve preparare e versare la ritenuta di acconto dell’Irpef. Ricordiamo che questa è pari al 20% del compenso lordo.

Nello specifico caso che abbiamo portato come esempio, quindi, la nostra azienda dovrà versare 300 euro, con il codice tributo 1040.

Contributi unificati tributari, guida e informazioni aggiornate

contributi unificati tributari

Quando si parla di contributi unificati tributari si utilizza un acronimo che è CUT. Di cosa si tratta e come si calcolano? Lo vediamo nel dettaglio.

La prima cosa da prendere in considerazione è che è a partire dal 7 luglio 2011, con la modifica dell’art. 9 del D.P.R. 30-5-2002 n° 115, in merito al “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia”, che si parla di CUT.

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Nello specifico, la tassazione per le spese degli atti giudiziari del processo tributario viene, da quel momento, regolata con il versamento del cosiddetto contributo unificato di iscrizione a ruolo, che ha sostituito tutte le altre imposte.

Cosa significa? Che nel caso si debba presentare un ricorso presso le Commissioni Tributarie è necessario versare, come stabilito dalla legge, il contributo unificato.

Quando vanno versati i contributi tributari unificati?

Prima di rispondere al quesito, è bene sottolineare che, quando si parla di contributo unificato, si intende una entrata di tipo tributario. Detto questo, è importante sapere che il suddetto deve essere versato nel momento in cui si deposita l’atto introduttivo del giudizio tributario presso la Commissione Tributaria.

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L’importo del contributo unificato tributario si calcola in base a quello che è il valore della controversia che si intende instaurare e, pertanto, nella maggior parte dei casi in base a quello che è il valore dell’atto impugnato.

Stando a quanto sancito dall’art. 12, comma 2, del citato D.Lgs. n° 546/92, il valore della controversia coincide con l’importo del tributo al netto degli interessi nonché di quelle che sono le sanzioni connesse all’atto impugnato.

Se sono presenti delle controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma delle stesse. In ogni caso, il valore di cui si parla deve essere contenuto in una apposita dichiarazione così come dettato dal comma 3 bis, dell’art. 14 del D.P.R. n.° 115/2002.

Se più atti vengono impugnati in un unico ricorso, allora anche il contributo unificato sarà pari alla somma dei vari contributi dovuti in base a quelli che sono i singoli atti e dovrà essere versato in una sola soluzione e questo è sancito dal sopra citato art. 14, comma 3 bis. Nel testo dell’articolo di cui sopra si legge:

Nei processi tributari, il valore della lite, determinato, per ciascun atto impugnato anche in appello, ai sensi del comma 2 dell’art. 12 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n° 546, e successive modificazioni, deve risultare da apposita dichiarazione resa dalla parte nelle conclusioni del ricorso, anche nell’ipotesi di prenotazione a debito

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Gli importi del contributo unificato, così come specificato nel testo dell’art. 13, comma 6-quater, del D.P.R. n° 115/2002, vengono classificati in base a sei “scaglioni” che indicano quello che è il valore della controversia. Se non sono date specifiche indicazioni, allora è bene sapere che il contributo sarà dovuto per l’importo massimo.

Potrebbe essere applicata una maggiorazione del 50% del contributo: questo accade, nello specifico, nel caso in cui non venga indicato nel ricorso o l’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore o il codice fiscale del ricorrente.

Scaglioni IRPEF: le aliquote calcolate per i vari redditi imponibili

Scaglioni irpef

Progressività e proporzionalità: i punti cardine dell’IRPEF si basano sul principio della capacità contributiva dei cittadini. Insomma a redditi alti corrisponde un ammontare dell’imposta maggiore. Si tratta di caratteristiche che rendono l’IRPEF un’imposta quasi unica in Italia.

Sono gli scaglioni a determinare l’ammontare dell’imposta che ogni contribuente deve corrispondere annualmente all’Erario. Si parte da un minimo del 23 ad un massimo del 43%; il peso dell’imposta da versare viene deciso periodicamente: quello appena descritto è l’importo previsto per il biennio 2015 – 2016.

Ma una riforma, messa in campo dall’Esecutivo, applicherà una serie di modifiche, a partire dai prossimi anni. Insomma un campo in continua evoluzione ed in grado di riservare sorprese, anno per anno.

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IRPEF, come si determina l’imposta

La determinazione dell’importo da versare varia a seconda di precise condizioni. Il reddito complessivo del contribuente è senza dubbio uno degli aspetti di maggior peso. Si tratta del frutto di un calcolo aritmetico che prende in considerazione la somma dei redditi imponibili netti e riferiti alle varie categorie di lavoratori. A questo valore si aggiunge il reddito imponibile al netto degli oneri deducibili e delle perdite riferite agli anni precedenti.

L’imposta netta si calcola prendendo in considerazione le aliquote progressive previste dall’Erario ed applicate per i vari scaglioni stabiliti per il pagamento dell’IRPEF. Si ha, così, l’imposta lorda: un ammontare a cui dovranno essere sottratte la varie detrazioni applicabili oltre agli eventuali acconti o crediti di imposta.

Tornando agli scaglioni di imposta, è indispensabile tenere presente come siano oggetto di continui cambiamenti e rivalutazioni perciò tenersi informati, di volta in volta, è essenziale.

Scaglioni IRPEF: la classificazione

Aliquote diverse per scaglioni differenti: l’individuazione della classificazione applicata al proprio reddito è indispensabile per comprendere l’ammontare dell’imposta. Con un reddito imponibile inferiore a 15mila euro, l’aliquota prevista è pari al 23%. Si tratta del valore minimo applicato agli importi inferiori. In questa fascia, facendo un calcolo approssimativo, rientrano i lavoratori con un reddito mensile non superiore ai 1.250 euro.

Cambiano le cose per i redditi che vanno da 15.001 a 28.000 euro. In questo caso il valore dell’aliquota è del 27%. L’IRPEF lordo è di 3.450 euro più la percentuale del 27% per la quota che supera i 15.000.

Sale l’aliquota per gli importi superiori ai 28.001 fino a 55.000 euro. In questo caso il valore da corrispondere è pari al 38%  sulla parte eccedente ai 28mila euro più 6.860 euro. In questo caso l’importo medio mensile non dovrebbe superare i 2.335 euro.

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Il penultimo scaglione dell’IRPEF comprende i redditi che vanno da un minino di 55.001 euro ad un massimo di 75.000. L’aliquota applicata ha un valore del 43%. L’IRPEF lordo è pari a 17.220 più il 41% sulla quota eccedente ai 55mila euro. Si tratta di lavoratori con un reddito mensile non superiore ai 4.583 euro. E’, al massimo, di 6.250 euro il reddito mensile percepito per gli appartenenti a questa determinata fascia.

Un ammontare massimo è previsto per lo scaglione di reddito superiore ai 75mila euro. In questo caso l’aliquota è del 43% per un’IRPEF lorda di 25.420 a cui si aggiunge il 43% applicato sulla parte eccedente ai 75mila euro.

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In questo caso il reddito percepito ogni mese è superiore ai 6.250 euro.

Le categorie di lavoratori

Abbiamo solo accennato alla determinazione dell’imposta a seconda dell’attività lavorativa svolta. Si tratta di un aspetto importante e regolamentato dal TUIR, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi. Sono sei le tipologie di attività che vengono prese in considerazione per la valutazione dell’aliquota IRPEF.

Il reddito da lavoro dipendente ed “assimilati” rappresenta la prima categoria riportata nel Testo Unico.

La seconda riguarda, invece, i lavoratori autonomi. Si tratta dei professionisti sui quali ricade un altro tipo di aliquote.

Differente valutazione viene applicata anche per i proventi di impresa cioè provenienti da azioni e dividendi azionari e per il reddito da capitale.

L’ultima categoria presa in considerazione riguarda i redditi “diversi” riguardante categorie residuali e non prese in considerate nelle precedenti classificazioni.

Deduzioni e detrazioni IRPEF: il funzionamento

L’indicazione delle categorie è essenziale per la determinazione delle possibili deduzioni sull’imposta. Ogni tipologia di attività, infatti, prevede un margine di deduzione utilizzato per abbattere l’imponibile (quindi all’origine).

A questi aspetti si aggiungono le esenzioni applicabili per le differenti tipologie di reddito e le detrazioni IRPEF, in grado di diminuire, invece, il peso dell’imposta. Il calcolo delle aliquote avviene prendendo in considerazione il reddito imponibile considerato nella sua interezza: il frutto, cioè, delle varie voci di reddito.

Un altro aspetto da tenere presente sono gli acconti. Si tratta di voci la cui indicazione avviene al margine ed indicano eventuali pagamenti già effettuati durante l’anno di imposta. Scorporando queste cifre si avrà l’imposta netta IRPEF da pagare.

Scaglioni IRPEF, un ultimo ‘particolare’ a cui porre attenzione

Si tratta di un fattore da tenere bene in mente quando si parla della valutazione degli scaglioni IRPEF. Nella classificazione delle varie categorie prese in considerazione, sono indicate degli importi da pagare, in realtà, solo sulle eccedenze del reddito percepito.

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In pratica nel caso in cui l’ammontare sia superiore a 35mila euro, l’importo da versare sarà calcolato  non sul reddito complessivo, ma solo sulla quota superiore ai 28mila euro. Sulla fetta di reddito precedente, invece, viene valutata l’imposizione prevista per quel determinato scaglione.

 

Ritenuta d’acconto, cos’è e dove si applica

ritenuta d'acconto

Quando si parla di ritenuta d’acconto, risulta indispensabile chiarire immediatamente che si tratta di una trattenuta Irpef che si effettua su quelle che sono le somme di denaro che si ricevono da clienti e/o datori di lavoro, ma anche da banche e istituti finanziari, che sono i cosiddetti sostituti di imposta.

Ritenuta d’acconto: cos’è?

La ritenuta d’acconto è un metodo che molti legislatori hanno preso in considerazione al fine di assicurare il versamento delle tasse. In poche parole, si tratta di una trattenuta sul compenso soggetto a tassazione, che viene pagato da un committente a un altro soggetto, che viene definito come percipiente.

Oltre che in Italia, la ritenuta d’acconto è utilizzata anche in Spagna e Portogallo, nel Regno Unito ma anche negli Stati Uniti e in Canada.

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Solitamente è il sostituto di imposta che applica quest’ultima alle fatture di acquisto per servizi e per prestazioni di lavoro tanto autonomo quanto dipendente.

I compensi che sono soggetti a ritenuta d’acconto sono: i redditi da lavoro dipendente, i redditi da lavoro autonomo, i redditi da capitale e tutti gli altri che rientrano nella categoria che richiede suddetta ritenuta.

Ritenuta d’acconto: uno strumento per liberi professionisti

Come detto, esistono le ritenute sui redditi di lavoro autonomo a titolo Irpef, che sono quelle che si adoperano quando si svolge una prestazione lavorativa occasionale.

Nello specifico, in questo caso il cliente, che è titolare di partita Iva, andrà a versare, tramite modello F24 e tramite codice tributo 1040, una parte delle tasse che il soggetto che riceve il compenso dovrà poi liquidare attraverso dichiarazione dei redditi.

In questo specifico caso, l’aliquota ordinaria della ritenuta d’acconto è pari al 20% dell’imponibile, anche se, per alcune operazioni e alcuni casi specifici precedentemente stabiliti per legge, ci sono delle deroghe. Quindi, chi deve un compenso al lavoratore autonomo, non andrà a pagare l’intera somma fatturata, bensì la differenza al netto della ritenuta.

In questo caso, il versamento all’erario della ritenuta deve essere effettuato, come detto prima tramite modello F24, entro quelli che sono i termini previsti per legge per la liquidazione delle altre imposte. In generale, quindi, entro il giorno 16 del mese successivo al pagamento.

Inoltre, entro il giorno 28 febbraio dell’anno successivo al pagamento, si deve inviare una certificazione che indichi il pagamento dei compensi e la trattenuta effettuata, sottoscritta e debitamente firmata. Queste certificazioni, poi, devono essere allegate al modello 770 dei sostituti di imposta.

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Nello specifico, il tutto deve comparire nella sezione “Comunicazione dati lavoro autonomo”: gli estremi dei versamenti effettuati con F24 devono essere inseriti nel quadro ST.

Ritenuta d’acconto sui redditi da lavoro dipendente

 Cosa accade nel caso in cui il lavoro sia dipendente e non da libero professionista? In questo specifico caso, la ritenuta d’acconto si configura come una trattenuta su quelle che sono le retribuzioni percepite dai lavoratori dipendenti.

Anche in questo caso, il versamento all’erario della ritenuta verrà effettuato tramite modello F24 ed entro gli stessi termini già descritti per il lavoro autonomo.

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Si andrà, quindi, a compilare come di dovere la “sezione erario” per quelle che sono le imposte statali nonché la “sezione INPS” per i contributi previdenziali.

Deve essere anche compilata la apposita”sezione altri enti previdenziali e assicurativi per i contributi assicurativi INAIL, la “sezione regioni” per le addizionali regionali, la “sezione ICI e altri tributi locali” per quelle comunali e il codice tributo da utilizzare è il 1001 per le ritenute IRPEF sulle retribuzioni.

La certificazione di cui abbiamo parlato sopra, che in questo caso si chiama CUD, deve essere inviata entro il 28 febbraio di ogni anno successivo a ciascun lavoratore dipendente che ha ricevuto retribuzioni l’anno precedente è obbligatorio. Per suddetta certificazione si usa un apposito modello predisposto dall’Agenzia delle Entrate.

Ritenute sui redditi di capitale

Altra tipologia sono le ritenute sui redditi di capitale, che si applicano su quelli che sono proventi che derivano da un investimento finanziario. Anche in questo caso, per versare la stessa è necessario compilare il modello F24 entro i termini previsti dalla legge.

Sono altresì soggetti a ritenuta d’acconto:

i redditi da assicurazione sulla vita soggetti a imposta sostitutiva;

i redditi da plusvalenze soggette a imposta sostitutiva;

i redditi da titoli atipici;

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i redditi da indennità di esproprio;

i redditi da interessi e premi.

Rateazione Avviso Bonario

Rateazione avviso bonario

Quando si parla di avviso bonario, ci si riferisce a quella comunicazione dell’Agenzia delle Entrate che viene inviata a un contribuente nel caso in cui, dopo un accurato controllo dei dati emersi dalle sue dichiarazioni dei redditi, risultino dei dati poco chiari.

Facciamo qualche esempio: nel caso in cui ci si accorga che un contribuente ha pagato una tassa più bassa rispetto al dovuto, allora l’Agenzia procede con un avviso di tal natura, prima di inviare una vera e propria cartella di pagamento.

In poche parole, con questo avviso bonario viene data al contribuente la possibilità di pagare la differenza non ancora saldata, con i relativi interessi e la mora, ma senza procedere per altre vie.

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A partire dal momento in cui si riceve l’avviso bonario, si hanno 30 giorni di tempo per mettersi in pari con il pagamento, usufruendo anche della possibilità di una sanzione ridotta.

Quando si emette l’avviso bonario?

Cercando di approfondire il discorso, si deve tener presente che la comunicazione di avviso bonario dell’Agenzia Entrate viene emessa tanto quando ci sono dei controlli sulle dichiarazioni, tanto quando si verificano delle situazioni si è effettuato sì il pagamento di una tassa, ma per un importo inferiore a quello dovuto e ci si accerta che il contribuente deve versare il resto del totale.

Tipologie di avviso bonario

Nello specifico, esistono 3 tipi di comunicazione bonaria.

Il primo caso è quello delle comunicazioni a seguito di controlli automatici, che vengono eseguiti sulle dichiarazioni presentate in modo tale da verificarne la correttezza. Se emergono degli errori, allora il contribuente riceve una comunicazione bonaria, nella quale si sottolinea il tipo di irregolarità, la modalità di pagamento. A partire dalla data di ricezione, si hanno 30 giorni per pagare usufruendo dello sconto di 1/3 della sanzione. Se si ritiene che l’errore non ci sia, si deve scrivere all’Agenzia delle Entrate esponendo le proprie motivazioni.

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Un avviso bonario, inoltre, viene inviato a seguito di un controllo formale, eseguito al fine di andare a verificare la corrispondenza dei dati dichiarati dal contribuente nella sua dichiarazione dei redditi, con quelli dei documenti conservati sia dal contribuente che dai sostituti di imposta, da enti previdenziali, banche, assicurazioni e così via.

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Nel caso di discrepanze, quindi, come sopra: l’Agenzia chiama il contribuente e lo invita in primis a trasmettere tutta la documentazione in suo possesso, in modo tale da far chiarezza, e poi arriva l’avviso bonario per il pagamento della somma dovuta. Anche in questo specifico caso, se il pagamento viene effettuato entro 30 giorni dal ricevimento del primo avviso, la sanzione verrà ridotta a 2/3 di quella ordinaria.

Il terzo tipo di avviso bonario è quello che viene emesso in seguito della liquidazione delle imposte sui redditi a tassazione separata. Vengono messi in atto dei controlli che servono proprio per verificare che l’imposta dovuta dai contribuenti sulla base di redditi (TFR, pensioni, stipendi arretrati ecc) sia in regola.

Se dal controllo emerge che il contribuente ha pagato in più, gli viene riconosciuto un rimborso, mentre se ha pagato meno, allora riceverà una comunicazione bonaria con la somma da pagare senza interessi e sanzioni, solo se il pagamento avviene entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione.

Rateazione avviso bonario

Cosa si fa quando si riceve un avviso di questo tipo dall’Agenzia delle Entrate? Di certo si deve pagare la somma richiesta, al fine di non aggravare ulteriormente la propria posizione.

Ci sono sostanzialmente due diverse linee che possono essere seguite.

La prima consiste nell’andare a pagare entro i 30 giorni l’importo dovuto, dopo aver riconosciuto l’irregolarità. Ma si può anche chiedere la rateazione delle somme. Vediamo come.

Per somme fino a 5.000 euro si può chiedere una rateizzazione di massimo 8 rate trimestrali, per somme superiori ai 5.000 euro, si può richiedere di rateizzare fino a un massimo di 20 rate bimestrali.

Per chiedere la rateizzazione, una soluzione è quella di rivolgersi all’Agenzia delle Entrate e richiedere, lasciando all’ufficio interessato il compito di andare a calcolare le rate, stampare gli F24 ecc.

Se si vuole, invece, procedere da soli, allora si deve calcolare l’importo base delle rate grazie al software di calcolo online Rateizzazione Agenzia delle Entrate e, successivamente, si deve compilare il modello f24.

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Sull’importo delle rate successive alla prima, si pagando degli interessi al tasso del 3,5% annuo, calcolati dal primo giorno del 2° mese successivo a quello di elaborazione della comunicazione.

Codice tributo 4001 per l’Irpef: come inserirlo correttamente nella compilazione del modello F24

Codice tributo 4001

Il pagamento dell’Irpef è una scadenza che caratterizza pesantemente gli adempimenti fiscali dei contribuenti. Si tratta di un versamento che può essere dilazionato con il pagamento di rate periodiche, ma tutte da indicare con un rispettivo codice nel modello F24.

Compilare questo documento non è sempre un’impresa facile, vista la quantità di voci e codici da sottoscrivere. Il codice tributo 4001, in particolare, è uno dei più importanti e accompagna una determinata fase del pagamento dell’Irpef.

Si tratta del saldo: l’ultima fase del versamento dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche.

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Il codice tributo 4001, inoltre, può indicare anche eventuali importi a credito che il contribuente può vantare. Insomma un adempimento che indica la parte terminale del versamento dell’Irpef,  sia che si tratti di un debito o un credito con l’Erario.

Conoscere il corrispettivo versamento per il codice tributo 4001 è, però, solo il primo passo per compilare in maniera corretta il modello F24. Comprenderne a fondo l’utilizzo e conoscere la corretta trascrizione delle varie voci che compongono il documento è essenziale per versare il saldo del tributo, senza commettere errori.

Per capire l’utilizzo del codice tributo 4001 è indispensabile tenere presente che, nella dichiarazione dei redditi, una specifica area, il quadro F, è suddivisa in otto sezioni.

La corretta compilazione della dichiarazione dei redditi

Sono tante le voci da riempire per indicare con precisione il proprio stato patrimoniale. Si tratta di una serie di passaggi indispensabili per consentire la determinazione dell’aliquota da corrispondere all’Erario. In pratica, nelle varie voci indicate nel prospetto, devono essere riportate le seguenti informazioni.

Nella prima parte è obbligatorio trascrivere i versamenti relativi all’acconto dell’addizionale di tipo comunale dell’Irpef per la nuova determinazione degli acconti.

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Nella voce successiva vanno indicate le altre tipologie di ritenute mentre, nella terza, eventuali eccedenze presenti nelle dichiarazioni degli anni precedenti da ricalcolare. Ritenute ed acconti sospesi devono essere trascritti nella voce numero quattro mentre nella quinta sono da indicare la rateizzazione del saldo d’esercizio oltre agli acconti per gli esercizi futuri.

Le soglie di esenzione riguardo l’addizionale è destinata alla sesta voce mentre la successiva va compilata solo nel caso di utilizzo del modello 730. Le restanti informazioni sono destinate all’ultima area: la voce numero otto. Insomma tante voci da compilare con i relativi numeri con il codice tributo 4001 da indicare, come detto, nello spazio destinato al saldo, oltre alla specifica area “Campo Rateizzazione”.

I codici da inserire nel modello

Altre tipologie di codici vanno inserite negli altri spazi. Il codice tributo 4033, ad esempio, va indicato nel pagamento del primo acconto. Nella fase successiva, cioè il pagamento della seconda rata, il codice tributo da indicare è il 4034.

All’iscrizione del codice tributo 4001, va affiancato un’altra informazione: la presenza di un’imposta a debito o a credito visto che, come detto in precedenza, il codice indica la fase di pagamento dell’Irpef, ma non la sua entità.

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La lettera D è sufficiente per specificare una somma a debito mentre la lettera C indica un credito. Lettere e numeri si affiancano in una compilazione tutt’altro che semplice. Per chiarire meglio le idee sui vari passaggi, nel modello F24, è utile fare un breve esempio.

Compilare il modello F24 con il codice tributo 4001: i passaggi

L’area da prendere in considerazione, sull’F24, è l’Erario mentre la sezione è Imposte Diretta – Iva Ritenute alla Fonte Altri Tributi ed Interessi. E’ il codice tributo 4001 il primo dato da indicare alla voce specifica. Subito dopo lo spazio da compilare è indicato con la voce: Rateizzazione/Regione/Provincia e Mese di Riferimento. Si tratta di un numero che descrive, in progressione, il pagamento che il contribuente effettua, in questo caso il 0107.

Molto semplice lo spazio successivo  con la trascrizione dell’anno di riferimento dell’imposta (il precedente). L’area al margine è, invece, dedicata ai vari importi. In questo caso l’indicazione deve essere necessariamente precisa ed il frutto di una serie di calcoli precedentemente realizzati.

Gli “Importi a Debito Versati” indicano semplicemente quanto il contribuente deve corrispondere, in quel determinato anno.

La voce successiva, descritta con “Importi a Debito Compensati” non va compilata mentre nel Totale A è obbligatorio inserire la somma degli importi a debito indicati nell’apposita sezione “Erario”. Allo stesso modo, nella voce seguente, il “Totale B”, vanno trascritti i crediti, se presenti. L’ultima voce, quella del Saldo (A-B) va compilata nell’ultima parte trascrivendo il risultato tra i debiti ed i crediti verso l’Erario.

Codice Tributo 4001: come si determina l’Irpef

“Un’imposta diretta, personale e progressiva”. La formula ufficiale descrive sufficientemente la natura dell’imposta applicata in misura sempre maggiore al crescere dei redditi. E’ del 17%, in media, il peso dell’Irpef su un lavoratore con un reddito di 20mila euro mentre ad un ammontare di 50mila euro, l’imposta è determinata al 30%.

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Aliquote e detrazioni d’imposta vengono quindi applicate a seconda del peso reddituale dei vari contribuenti. Le detrazioni svolgono un ruolo determinante equilibrando il peso del tributo al netto di spese e condizioni economica.

A ciò si aggiunge la “No Tax Area”, una soglia oltre la quale il contribuente non è tenuto al pagamento dell’imposta.

Codice Tributo 2002: guida alla compilazione

Codice tributo 2002

Per chi si interessa di fisco, ma anche per chi normalmente paga le tasse, il modello F24 è uno strumento abbastanza noto. Si tratta, infatti, del metodo che si deve utilizzare, previa compilazione, per il pagamento delle tasse che sono dovute allo Stato o a enti locali.

Insomma, chiunque di noi ha compilato, almeno una volta nella vita, un F24 e, pertanto, quanto viene detto può risultare di pubblica utilità. Altra cosa che sappiamo è che, accanto al modello F24 ci sono anche i cosiddetti codici tributo che servono, per l’appunto, al fine di permettere al contribuente di effettuare il pagamento delle varie imposte.

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Suddetti codici, che sono tanti e tutti diversi tra loro, si inseriscono nel modello F24.

Vediamo, quindi, a cosa serve il codice tributo 2002.

Codice 2002: caratteristiche

 Iniziamo con il dire che il codice tributo 2002 concerne il pagamento dell’Ires. Come sappiamo, i codici in questione devono essere usati quando è il momento e nella maniera giusta, andando a segnalare anche il periodo di riferimento del tributo, la causale del pagamento ecc.

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A questo punto, ci si deve chiedere cos’è l’IRES e perché si paga. Possiamo, quindi, riassumere il tutto indicando che IRES è un acronimo che sta per imposta sui redditi delle società. In altre parole, va a braccetto con l’IRPEF che, invece, è l’imposta sul reddito, che viene pagata dalle persone fisiche.

In base al nostro regime fiscale, ogni cittadino paga l’IRES se gli spetta. Questo tributo, solitamente viene pagato in due tranche. Ci sono un primo e un secondo acconto IRES, che il contribuente deve pagare sia che si tratti di una persona fisica che di una persona giuridica.

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Per la prima rata IRES si usa il codice 2001, mentre per la seconda rata IRES si usa il codice 2002, che è quello che approfondiremo in questa sede. Il codice in questione, lo ricordiamo, deve essere riportato sul modello di pagamento anche nel caso si decida di pagare tutta la somma in una sola soluzione.

IRES: qualche dettaglio

 Volendo approfondire il discorso sull’IRES, si deve sottolineare che l’imposta sul reddito delle società si configura come un’imposta proporzionale e personale.

In questo momento, l’aliquota è del 27,50%, mentre a partire dal 2017 si ridurrà al 24%, dato che la Legge di Stabilità 2016 ha deciso quanto sopra scritto.

Per capire di più di questa legge, dobbiamo analizzare nello specifico quello che è il corpo dell’articolo 73 del testo unico delle imposte sui redditi, che sottolinea che i soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società sono i seguenti: le società cooperative, le società di mutua assicurazione che si trovano sul territorio dello Stato Italiano, gli enti privati, le società e i trust che risiedono sul territorio nazionale e che hanno come obiettivo quello di fare un’attività commerciale e, ancora, gli enti pubblici ed enti privati che non hanno come oggetto l’esercizio di attività commerciale.

Insomma, tutti i tipi di società devono pagare questa tassa, che venne istituita tramite un decreto legislativo, il numero 344/2003 e che ha sostituito quella che prima si definiva IRPEG, che interessava le persone giuridiche.

L’IRES è entrata in vigore il 1 gennaio 2004 e il tutto è stato fatto per allinearci a quelle che sono le legislazioni degli altri paesi dell’Unione Europea.

Come si usa il codice tributo 2002

 Come detto, il codice in questione deve essere inserito nel modello di pagamento F24 per il pagamento dell’IRES. Nello specifico, il codice 2002 serve per effettuare quella che è la detrazione dalla seconda rata di novembre dall’importo totale, al quale si toglie la somma pagata a giugno a titolo di prima rata.

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Si considera, in questo caso, anche l’eventuale credito IRES, che si deve richiedere a rimborso oppure da compensare se risulta a debito.

F24 Elide: cos’è e come si paga

F24 Elide

Quando si parla di F24 Elide, molti potrebbero essere spiazzati, non sapendo di cosa si tratta o non avendolo mai sentito nominare.

Risulta quindi fare chiarezza su cosa si intenda e su come si completa tale modulo.

F24 Elide: cos’è e a cosa serve?

 Iniziamo con il dire che Elide sta per Elementi Identificativi e, pertanto, questo si configura come un modello finalizzato al pagamento di tutto ciò che richiede delle informazioni che nell’F24 comune, al quale tutti siamo abituati, non possono essere inseriti.

Detto questo, quindi, risulta chiaro che l’F24 Elide un modello particolare e si deve anche sottolineare che, proprio per lo stesso motivo, non può essere in alcun caso utilizzato per effettuare dei pagamenti che prevedono la compensazione con crediti.

Un F24 Elide editabile serve per effettuare, quindi, solo alcuni pagamenti. Vediamo insieme quali.

Cosa si paga con F24 Elide?

Se vi viene richiesta la compilazione di un F24 compilabile, di sicuro vi trovate dinanzi a uno dei pagamenti che non possono essere effettuati in altro modo, dato che solo questo modello permette l’introduzione di quelli che vengono definiti come elementi identificativi.

Nello specifico, possiamo dire che tra tutti i pagamenti che è possibile effettuare con questo specifico F24 spicca l’IVA per l’immatricolazione, o successiva voltura di autoveicoli, motocicli, rimorchi, che sono stati acquistati entro i confini dell’Unione Europea.

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Ma non basta, perché questa tipologia di modello è obbligatoria anche per quelle che sono alcune spese per la registrazione dei contratti di affitto nel caso in cui si tratti di beni immobili. Nello specifico serve sia per l’imposta di registro che per l’imposta di bollo.

Inoltre, si pagano anche quelle che sono le varie sanzioni e gli interessi per la registrazione dei contratti di locazione e affitto di beni immobili, così come altri tributi speciali e compensi.

F24 Elide editabile: come completarlo?

 La compilazione di un F24 Elide editabile varia in base al tributo da pagare, dato che ciascuno di essi prevede l’inserimento di determinate informazioni. Quello che di sicuro si deve inserire sono i propri dati personali, ossia quelli che servono per identificare univocamente il contribuente.

Pertanto, nome, cognome, domicilio fiscale e dati anagrafici sono sempre obbligatori e, accanto a questi, possono essere richieste altre informazioni che variano in base al tributo da pagare.

Diamo un rapido sguardo a un F24 compilabile.

Il primo dettaglio che si nota è che, nella sezione che si trova accanto al “Codice fiscale del coobbligato, erede, genitore, tutore o curatore fallimentare” che effettua il versamento per conto del contribuente e che deve firmare il modello, viene richiesto l’inserimento di un “codice identificativo”. A tal fine, quindi, è utile consultare la Tabella dell’Agenzia delle Entrate, che riporta i seguenti codici:

  1. Genitore/Tutore: 02
  2. Curatore fallimentare: 03
  3. Erede: 07
  4. Obbligato solidale: 50
  5. Intervento sostitutivo: 51
  6. Garante/Terzo datore: 60
  7. Soggetto aderente al consolidato: 61
  8. Soggetto diverso dal fruitore del credito: 62
  9. Controparte: 63
  10. Impresa assicuratrice estera fiscalmente rappresentata: 70
  11. Soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio: 71
  12. Rappresentante fiscale: 72

In base al tipo di figura, si inserisce il codice espresso nell’elenco di cui sopra.

Si passa, poi, alla compilazione della sezione Erario e altro. Qui si devono inserire diversi codici che sono, nello specifico: il codice ufficio, composto da tre cifre che vanno a identificare quello che è l’ufficio che riceve il pagamento o che ha emesso l’atto; il codice atto, composto da undici cifre che vengono associate all’atto a cui fa riferimento il pagamento, il codice tipo che, invece, è quello che fa riferimento al tipo di versamento che si effettua e che richiede l’inserimento degli elementi identificativi.

La Tabella dei tipi di versamento con elementi identificativi dell’agenzia delle Entrate riporta questi codici:

  1. Agcm: G
  2. Autoveicolo: A
  3. Identificativo registro: F
  4. Identificativo Uibm: U
  5. Inpdap: I
  6. Motoveicolo: M
  7. Rimorchio, Regolarizzazione, Altro: R

Nella sezione Elementi Identificativi si inseriscono diverse cose. Nello specifico, se si tratta di un contratto di affitto di immobili, nel caso in cui si tratti di prima registrazione, non si deve inserire nessun valore, mentre se si tratta dei pagamenti per annualità successive, cessione, risoluzione e proroga del contratto, allora va inserito in maniera corretta il codice identificativo del contratto, che consta di 17 caratteri che si trovano nella copia del modello di richiesta di registrazione del contratto così come viene restituito dall’ufficio o nella ricevuta di registrazione, nel caso di iter telematico.

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Se invece si deve effettuare il pagamento dell’Iva immatricolazione auto Ue, si deve esplicitamente indicare il numero di telaio del veicolo come elemento identificativo.

Nella colonna Codice, invece, si indica il codice tributo. Guardando i versamenti per gli affitti di beni immobili, ecco i codici previsti dall’Agenzia delle Entrate:

  1. Imposta di Registro per prima registrazione: 1500
  2. Imposta di Registro per annualità successive: 1501
  3. Imposta di Registro per cessioni del contratto: 1502
  4. Imposta di Registro per risoluzioni del contratto: 1503
  5. Imposta di Registro per proroghe del contratto: 1504
  6. Imposta di Bollo: 1505
  7. Tributi speciali e compensi: 1506
  8. Sanzioni da ravvedimento per tardiva prima registrazione: 1507
  9. Interessi da ravvedimento per tardiva prima registrazione: 1508
  10. Sanzioni da ravvedimento per tardivo versamento di annualità e adempimenti successivi: 1509
  11. Interessi da ravvedimento per tardivo versamento di annualità e adempimenti successivi: 1510.

Se, invece, il versamento riguarda Iva immatricolazione di auto UE, allora i codici vanno da 6201 a 6234, in base al mese o trimestre.

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Sempre nello stesso modello, si notano anche altri due campi da compilare, che sono: anno di riferimento e importi a debito versati. In questo caso, nell’ultima colonna si inserisce la somma da pagare, che si deve indicare sempre con le prime due cifre decimali, anche in caso di zero.

F24 Elide: come si paga?

Chi ha una partita Iva è obbligato al pagamento online dell’F24 Elide, mentre chi non ce l’ha può optare anche per la modalità tradizionale, che consiste nell’andare in un ufficio postale, o presso uno sportello bancario convenzionato, ed effettuare il pagamento.