Marca da Bollo passaporto 2018: dove si compra, quando serve e come si rinnova

Marca da bollo passaporto guida aggiornata

Prima di entrare nel vivo del discorso, è importante sottolineare che la marca da bollo passporto deve essere applicata solo al primo rilascio o al rinnovo del documento di viaggio. Per chi non lo sapesse, infatti, l’imposta annuale che si pagava per viaggiare verso i paesi extraeuropei non è più obbligatoria a decorrere dalla data del 24 Giugno 2014.

Marca da bollo passaporto: cosa è cambiato dopo il 2014

Come detto, in data 24 Giugno 2014 è stato pubblicato l’emendamento al Decreto Legge Irpef che ha semplificato in maniera importante la pratica per il passaporto. Innanzitutto, è stata abolita la concessione governativa da 40,29 euro che doveva essere apposta sul passaporto annualmente per viaggiare verso paesi al di fuori dell’Unione Europea.

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Tuttavia, nonostante questo taglio di spesa, è stato aumentato il prezzo per il rilascio del passaporto, che sale, quindi, a 73,50 euro a cui si deve aggiungere il costo fisso del libretto che è pari a 42,50 euro. Facendo, quindi, un rapido calcolo, ad oggi costa 116 euro fare il passaporto.

L’aumento è stato pensato proprio per sopperire all’incasso mancato da parte dello Stato, dato che sono stati aboliti, così come detto, i contrassegni telematici annuali da apporre al passaporto. Da quel momento, inoltre, è stata introdotta un’altra novità, ossia la possibilità per i cittadini di ricevere il passaporto a domicilio, con un costo aggiuntivo di 8,20 euro a cui aggiungere la spedizione con posta assicurata di Poste Italiane.

Quanto costa e quando applicare la marca da bollo passaporto?

Ricapitolando, quindi, si può dire che la a marca da bollo passaporto è obbligatoria solo al fine di richiedere il primo rilascio del documento o per il suo rinnovo. Si tratta, per la precisione, di un contrassegno telematico che deve avere un valore di 73,50 euro.

A questo punto, quindi, ci si può domandare cosa deve fare chi, invece, ha apposto sul suo passaporto un bollo dal valore di 40,29 euro prima dell’entrata in vigore del decreto sopra citato. Stando a quanto specificato, nel caso in cui il contrassegno di valore inferiore sia stato apposto prima dell’entrata in vigore della nuova legge, non è necessario richiedere l’integrazione di euro 33,21 dato che, come detto in precedenza, il contributo deve essere pagato solo in occasione di primo rilascio e rinnovo passaporto scaduto.

Ecco, quindi, che per sapere se si deve o meno pagare l’integrazione, basta guardare la data di rilascio del passaporto. Se questa è precedente il giorno 24 giugno 2014, la marca da bollo passaporto non va integrata; se è successiva, allora si ha l’obbligo di apporre la marca da 73,50 euro o effettuare un’integrazione.

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La marca da bollo in questione, come del resto tutte le altre, è acquistabile presso tutte le tabaccherie. Nonostante ci sia l’obbligo di procedere con l’acquisto della marca da bollo telematica, se si è oggettivamente impossibilitati, a causa di eventi eccezionali come sciopero dei rivenditori, gravi calamità naturali e c’è urgenza, si può effettuare il pagamento della somma prevista anche per mezzo dei conti correnti postali messi a disposizione del cittadino.

Tutto sulla marca da bollo passaporto scaduto

Passiamo ora ad analizzare cosa accade quando si deve rinnovare un passaporto scaduto. In questo caso, la marca da bollo è nuovamente obbligatoria ai fini del rinnovo, così come lo è anche nel caso in cui si debba richiedere un duplicato dello stesso se deteriorato, smarrito o rubato.

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Ecco cosa serve per presentare una domanda di rinnovo o duplicato di passaporto. Si deve, innanzitutto, acquistare una marca da bollo da 40,29 euro; si deve effettuare un versamento da 42,50 euro intestato al Ministero dell’Economia per Rilascio Passaporto Elettronico; si deve consegnare il vecchio passaporto in caso di rinnovo e duplicato per deterioramento. Infine, si deve tenere presente che per la domanda di duplicato per smarrimento o furto si dovrà allegare la denuncia sporta alle autorità competenti.

Congedo per chi assiste un familiare disabile: le novità 2018 sulla legge 104

legge 104

La Legge 104/92 stabilisce il diritto per chi assiste un familiare disabile di assentarsi dal posto di lavoro senza perdere la retribuzione.

Per il 2018, l’Inps ha previsto degli aggiornamenti alla normativa: quest’anno, a pagare lo stipendio durante il congedo straordinario è proprio l’Istituto Nazionale di Previdenza.

Per coloro che percepiscono uno stipendio importante, però, c’è un piccolo svantaggio, poiché l’indennità riconosciuta sarà inferiore alla retribuzione ordinaria prevista.

Al contrario, per chi percepisce uno stipendio di livello medio-basso, la Previdenza riconosce il 100% della retribuzione. Sono stati infatti aggiornati il 1° gennaio 2018 gli importi dell’indennità spettante a chi richiede il congedo straordinario per assistere un familiare disabile in base alla legge 104.

Grosse novità sono attese anche per i casino online italiani, ma non è l’oggetto di questa guida.

Si tratta di una diretta conseguenza dell’avvenuta perequazione delle pensioni calcolata dall’Istat, che ha portato ad una percentuale incrementata dell’1,1%. Ma qual è la disciplina vigente in materia?

Tutti i lavoratori che hanno un disabile in famiglia da assistere, in base alla Legge 104 del 1992, ai sensi dell’articolo 3, comma 3 è concessa la possibilità di assentarsi dal posto di lavoro per un massimo di 24 mesi senza perdere il diritto alla retribuzione. La possibilità di congedo straordinario spetta agli assunti con un contratto di lavoro dipendente rientranti nelle seguenti categorie:

– coniuge convivente o parte dell’unione civile convivente della persona disabile in situazione di gravità;

– figlio convivente della persona disabile in situazione di gravità, esclusivamente nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente ed entrambi i genitori del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti;

– padre o madre, anche adottivi o affidatari, della persona disabile in situazione di gravità in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente o della parte dell’unione civile convivente;

– parente o affine entro il terzo grado convivente della persona disabile in situazione di gravità, nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente, entrambi i genitori, i figli conviventi e fratelli/sorelle conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti;

– fratello o sorella convivente della persona disabile in situazione di gravità, nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente, entrambi i genitori e i figli conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti.

Sono esclusi dall’indennità per chi assiste ad un familiare disabile, le seguenti categorie di lavoratori:

  • i lavoratori a domicilio;
  • i lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari;
  • i lavoratori autonomi;
  • i lavoratori agricoli giornalieri
  • i lavoratori con contratto di lavoro part-time verticale, durante le pause di sospensione contrattuale;
  • i lavoratori parasubordinati.

Legge 104: gli importi aggiornati al 2018

Coloro i quali sono costretti ad assentarsi dal posto di lavoro per assistere ad un familiare, a partire dal 1° gennaio sono cambiati gli importi di indennità percepiti nel periodo di congedo straordinario, eccoli:

  • 98,54 euro, indennità massima giornaliera,
  • 689,78 euro, indennità massima settimanale,
  • 36.066 euro, indennità massima annua,
  • 968 euro, indennità complessiva annua (compresi i contributi).

Chi ha un contratto di lavoro part-time verticale percepisce un’indennità giornaliera calcolata in base al rapporto tra stipendio mensile e numero di giorni che sono vanno effettivamente retribuiti.

È importante ricordare, inoltre, che l’indennità per il congedo straordinario prevista dalla legge 104/92 corrisponde alla “retribuzione ricevuta nell’ultimo mese di lavoro che precede il congedo, esclusi gli emolumenti variabili della retribuzione, entro un limite massimo di reddito rivalutato annualmente”. 

I periodi nei quali il lavoratore si assenta per congedo straordinario non concorrono ai fini della maturazione di ferie, tredicesima e trattamento di fine rapporto, ma concorrono al calcolo dell’anzianità assicurativa.

Legge 104: come presentare domanda

Per poter presentare domanda di congedo straordinario nel 2018 bisogna essere lavoratori dipendenti privati, anche part-time e la persona per la quale si richiede il congedo deve essere in una situazione di disabilità grave riconosciuta come prevede la legge da una commissione medica competente integrata ASL/INPS. La domanda deve essere presentata in una delle tre modalità previste dalla normativa vigente:

– trasmissione diretta tramite il servizio online dedicato da parte del soggetto interessato all’INPS;

– utilizzando il Contact center al numero gratuito (da rete fissa) 803 164, oppure 06 164 164 (da rete mobile);

– attraverso patronati o intermediari della Previdenza, attraverso i servizi telematici che gli stessi utilizzano.

Baratto amministrativo, scopri cos’è e come funziona

Baratto amministrativo cosa e

Ultimamente si sta sentendo parlare, sempre più spesso di baratto amministrativo, come di una strumento adottato da molti comuni, dal Nord al Sud del nostro paese.

Di cosa si tratta, quali sono le caratteristiche principali e quali i benefici? Analizzeremo da vicino la situazione, al fine di capire meglio lo strumento e il perché venga utilizzato.

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Cos’è il baratto amministrativo

La parola baratto potrebbe far intuire molto di questa pratica. Volendo sintetizzare, si può dire che grazie allo strumento del baratto amministrativo, i cittadini che non riescono a pagare i loro debiti con il comune, possono eseguire dei lavori socialmente utili, in modo tale da sdebitarsi.

Come detto in precedenza, in questo caso, la parola baratto è molto indicativa e spiega già da sola di cosa stiamo parlando!

Nello specifico, si tratta di uno strumento che è stato inserito nel decreto Sblocca Italia e che, quindi, è utile analizzare anche perché sono sempre di più i comuni che ne stanno facendo uso.

Abbiamo già sottolineato che si tratta di una misura finalizzata a permettere a chi ha delle difficoltà economiche di andare a saldare i debiti con il fisco venendo impiegati per i lavori socialmente utili.

Attualmente sono davvero tanti i Comuni che stanno valutando questa possibilità e non è detto che questa pratica diventi una prassi in diverse zone del nostro paese.

I Comuni italiani, infatti, hanno la possibilità, previa delibera, di dettare un loro regolamento, che vada a specificare quelli che sono i criteri e le condizioni per accedere a questo strumento di baratto. Ai cittadini in difficoltà, che hanno dei debiti con il fico, viene sostanzialmente richiesto di mettersi a disposizione per portare avanti degli interventi di riqualifica del territorio.

Si parla, ad esempio, della pulizia, la manutenzione, l’abbellimento di aree verdi, piazze, strade, di interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, nonché anche di interventi volti a valorizzare una determinata zona.

Si deve sottolineare che l’esenzione dal pagamento delle tasse locali, che avviene tramite baratto amministrativo, è limitata nel tempo e il tutto varia a seconda del tributo da ripagare e dell’attività che viene svolta. In questo caso, è il Comune stesso che detta questi criteri in base alle sue esigenze, che verranno trascritte nel regolamento di cui sopra.

Quali tasse si possono pagare? Rientrano nella lista i vari tributi come TASI, IMU e TARI e i debiti con il fisco. I lavori richiesti, per fare qualche esempio pratico, possono essere tagliare l’erba nei parchi, pulire le strade, prestare opere di manutenzione ecc.

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Come chiedere di usufruire del baratto amministrativo

La prima cosa da fare è accertarsi che nel comune di residenza sia stato approvato il regolamento specifico che va a rendere possibile l’applicazione del baratto amministrativo. Solo dopo, il cittadino potrà continuare e richiedere di accedere al programma.

Naturalmente, quest’ultimo ha l’obbligo di comprovare lo stato di disagio economico, altrimenti è impossibile presentare la domanda. Inoltre, è importante che questo abbia dei tributi locali scaduti e che il comune accetti il tutto. Senza il consenso del comune, infatti, non è possibile andare avanti per pagare il debito con i lavori socialmente utili.

Il primo comune che ha istituito il baratto amministrativo, ha fissato questi parametri che sono stati ripresi da molti altri.

  • Debito non superiore a 5000 euro;
  • Essere residenti maggiorenni nel Comune;
  • Avere un ISEE non superiore a 8.500 euro.

Si tratta di un’utile iniziativa che potrebbe venire incontro a chi è in debito con il fisco a causa di problemi economici e situazioni di disagio e non sa come fare per pagare le tasse. In questo modo, permettendo di prestare dei lavori socialmente utili, anche il comune avrebbe un notevole vantaggio.

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Proprio alla luce di quanto detto, è importante sottolineare che sono tanti i paesi italiani che stanno prendendo in considerazione questa ipotesi, così da rendere più semplice il rapporto che intercorre tra cittadini e fisco.

Si potranno, quindi, evitare evasione di tasse e morosità, perché chi non riesce a pagare con il denaro avrà a sua disposizione degli altri strumenti per poter adempiere ai doveri di cittadino, che prevedono anche il pagamento delle tasse.

Detrazioni mensa scolastica: Guida e cosa fare per ottenere la detrazione

Detrazioni Mensa scolastica

Quali sono le detrazioni mensa scolastica per questo 2017? In questo periodo dell’anno, in cui ricomincia la scuola, moltissime persone se lo domandano e siamo qui proprio per rispondere al quesito.

Come è noto, la mensa scolastica dei propri figli, quella che talvolta si paga molto cara, può essere almeno in parte detratta dalle tasse che si vanno a pagare.

Vediamo come fare e cosa si può effettivamente detrarre.

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Detrazioni mensa scolastica: tutto quello che c’è da sapere

La prima cosa da sottolineare è che, come detto, tutte quelle che sono le spese che si sostengono per la mensa scolastica dei propri figli rientrano nel capitolo “spese per la frequenza di scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione”.

Cosa significa? Che in relazione a questo tipo di spese si ha diritto a una detrazione Irpef pari al 19%, così come stabilito in maniera molto chiara da quello che è l’articolo 15, comma 1, lettera e-bis, Tuir.

Per ottenere la detrazione in questione è indispensabile che il servizio mensa venga garantito ed effettuato dalla scuola, dal comune o da soggetti terzi che sono accreditati e hanno l’autorizzazione a farlo.

In che modo si può fare richiesta di detrazione?

La prima cosa da tenere a mente è che la spesa deve essere documentata.

In che modo? E’ sufficiente allegare alla domanda che si va a inoltrare o la ricevuta del bollettino postale o quella del bonifico bancario.

Entrambe devono, naturalmente, essere intestate al destinatario che provvede all’erogazione della mensa.

Questo, come detto, può essere o un fornitore terzo, o la scuola stessa o il comune.

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Il risultato non cambia: è importante che si riesca a presentare questo documento richiesto, senza il quale non si può in alcun modo procedere per ottenere le detrazioni della mensa scolastica.

Inoltre, sulla ricevuta deve essere specificato sia che si tratta di un pagamento per servizio mensa, ma non solo.

Vanno, infatti, indicati sia il nome e il cognome dell’alunno che la scuola frequentata dallo stesso. Nel caso in cui si preveda il pagamento o in contanti o con bancomat o, ancora, se sia necessario procedere con l’acquisto di buoni mensa, che potrebbero essere cartacei o elettronici, si può comune procedere a fornire la documentazione richiesta.

In che modo? Semplicemente tramite una attestazione che viene rilasciata dal soggetto che riceve il pagamento.

In questo modo, quindi, si ha comunque una  certificazione in grado di attestare che la spesa per la mensa sia stata effettivamente sostenuta e, pertanto, si ha diritto alla relativa detrazione.

E’ utile sottolineare che questa attestazione è esente da imposta di bollo, così come deciso dalla circolare n. 18/E del 6 maggio 2016, paragrafo 2.1.

Specifichiamo anche che tutte le spese della mensa verranno detratte da quella che è la dichiarazione dei redditi 2017 tramite 730 e Unico, e questo in base alla nuova lettera e-bis art.15 comma 1 del Tiur che, come abbiamo già detto sopra, le classifica proprio come spese per la frequentazione scolastica che rientrano tra quelle detraibili.

Si deve anche ricordare che, con la Legge di Bilancio 2017, si è avuto un cambio per quel che concerne l’importo massimo agevolabile delle spese per la frequenza di scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e secondarie di secondo grado.

Ciò significa che i genitori degli alunni che frequentano il primo ciclo di studi di una scuola privata o statale potranno andare a detrarre dal proprio reddito il 19% della spesa mensa e questo avverrà per un importo massimo di 400 euro all’anno.

Facendo un rapido conto, possiamo dire che il beneficio fiscale connesso a questa detrazione mensa scolastica è di massimo 76 euro.

Se, invece, la somma pagata per mensa e retta nel corso di un anno scolastico è inferiore ai 400 euro, allora la detrazione di cui si parla verrà calcolata sulla somma che è stata effettivamente corrisposta per l’ottenimento del servizio.

Detrazioni mensa e 730

In caso di compilazione del 730, tutte le spese mensa devono essere debitamente indicate nel 730 2017. In che punto e con che codice?

Vanno inserite tra le spese d’istruzione.

L’Agenzia delle Entrate ha provveduto istituito un codice ad hoc, che è il codice 12 che va proprio a identificare queste spese.

Lo di deve utilizzare nelle righe che vanno da E8 ad E12.

Si noti che, come chiaramente segnalato in tutte le istruzioni modello 730 Agenzia delle Entrate, questa detrazione non è cumulabile ed è differente rispetto a quella che, invece, è prevista per le erogazioni liberali alle istituzioni scolastiche, finalizzate all’ampliamento dell’offerta formativa: queste vengono indicate con il codice 31.

Detrazioni mensa e Modello Unico

Se, invece, si presenta la dichiarazione dei redditi tramite modello Unico 2017, questa tipologia di spesa, sempre da indicare con il codice 12, va inserita nelle righe che vanno da RP8 a RP14.

In questo caso, il nuovo codice 12 è da utilizzare al fine di andare a indicare il totale di tutt delle spese per la frequenza di scuole dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado.

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L’importo annuo massimo di detrazione, non può superare i 400 euro per alunno o studente, inoltre, non è cumulabile con quella prevista per le erogazioni liberali alle istituzioni scolastiche elencate nell’articolo 15 del TIUR comma 1 lettera e i-octies che vanno invece indicate con il codice 31.

Incentivo all’esodo: cos’è e come si effettua la tassazione

incentivo esodo calcolo e tassazione separata

Sapete cos’è l’incentivo all’esodo e in che modo viene erogato e tassato?

Cerchiamo di approfondire il discorso, perché in molti desiderano avere delle delucidazioni in merito all’uscita anticipata che, talvolta, viene proposta dall’azienda stessa.

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Cosa si intende per incentivo all’esodo

Con il termine incentivo all’esodo si intende una somma di denaro che viene proposta da un’azienda per spingere dei dipendenti a dare delle dimissioni volontarie.

Insomma, si tratta di una sorta di buonuscita per permettere a un dipendente di dimettersi anticipatamente. Proprio per questo motivo, si parla di incentivo all’esodo, dato che il lavoratore lascia l’azienda.

Prima di entrare nel merito del discorso, si deve sottolineare che, per calcolare l’incentivo in questione, non ci sono delle regole fisse e standardizzate. Questo significa, che il calcolo varia in base a diversi fattori. Quali?

Lo vediamo subito. Innanzitutto si devono prendere in analisi alcuni aspetti che, nel corso degli anni, hanno caratterizzato il rapporto lavorativo . Ma si devono anche tenere presenti fattori come il reddito, gli eventuali benefici, i sussidi e molto altro ancora.

Come si calcola l’incentivo all’esodo

La prima cosa che si deve appurare è se la cifra offerta dall’azienda è in linea con il reddito che il lavoratore andrebbe a perdere con l’uscita anticipata.

Questo è un fattore molto importante, da prendere in considerazione nel momento in cui si va a valutare un incentivo all’esodo. Naturalmente, il lavoratore non deve rimetterci ed è per questo che si valuta prima se si tratta di un’offerta congrua o meno.

Ricordiamo, quindi, che si deve tenere in conto quello che è lo stipendio annuo percepito e gli eventuali benefits aziendali: in base a questo si deve quantificare la retribuzione persa e si devono fare i conti anche con l’aspetto previdenziale.

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L’uscita anticipata, infatti, porta con sé un minor versamento di contributi che, a sua volta, ha un impatto sull’assegno di pensione. Inoltre, può anche slittare la data del pensionamento e, nel peggiore dei casi, si devono versare dei contributi volontari per poterlo conseguire.

Insomma, ne deve valere la pena se si vuole essere proprio chiari. Si deve, a tal proposito ricordare che, nel nostro paese, i contributi annui ai fini previdenziali sono pari al 33% dello stipendio.

Ecco, quindi, che nel momento in cui si deve valutare la proposta, è importante anche tenere a mente qualche altro fattore. Ci si deve informare in merito alla prima data utile per il raggiungimento della pensione, nonché a quelle che sono le varie possibilità di avere accesso ad altri sussidi come, ad esempio, l’assegno di invalidità o i sussidi a sostegno del reddito.

A tal proposito, si deve ricordare anche che le dimissioni volontarie non permettono di andare a percepire la Naspi o altre indennità di disoccupazione. 

Ma non finisce qui: si deve anche prendere in considerazione quella somma da pagare in caso di contenzioso per licenziamento illegittimo. In questo caso, molto dipende dall’azienda, dal numero dei dipendenti, dal motivo del licenziamento e dal perché è considerato illegittimo e da molti altri fattori.

Tutto questo va a influenzare la somma dell’incentivo all’esodo. A questo punto, però, si deve considerare la tassazione in merito.

Tassazione dell’incentivo all’esodo

Dopo aver specificato tutto questo, vediamo come si tassa l’incentivo all’esodo. La prima cosa da dire in merito è che, trattandosi di un emolumento di fine rapporto, questo è soggetto, come il TFR, a tassazione separata.

Cosa significa? Che l’incentivo non rientra nell’imponibile Irpef dell’anno ma viene tassato in maniera separata, come una cosa a sé stante.

In questi casi, la tassazione cambia in base a quelli che sono gli anni e i mesi di anzianità di servizio anche se, è bene sottolinearlo, l’aliquota applicata risulta essere provvisoria, dato che l’amministrazione fiscale, entro massimo 5 anni, va a riliquidare l’imposta in base a quella che è l’aliquota media di tassazione dei 5 anni precedenti a quello in cui è stata liquidata la somma tassata.

Quindi, si deve considerare la tassazione a titolo definitivo dell’incentivo all’esodo al fine di andare a capire la somma netta che il lavoratore stesso va a percepire.

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Si tratta di valutazioni e di calcoli abbastanza complessi: proprio per questo motivo, in moltissimi casi quando si parla di incentivi all’esodo si tende a consigliare di affidarsi a uno specialista del settore, in grado di andare a mettere in luce pro e contro di questo incentivo.

Tessera sanitaria scaduta: cosa bisogna fare per rinnovarla?

Tessera sanitaria scaduta, la guida ufficiale

Quando ci si accorge che la si ha la tessera sanitaria scaduta, la prima cosa da fare è non farsi prendere dal panico.

Sì, perché per riaverla basta poco e solitamente ne viene inviata una nuova direttamente al proprio domicilio ancor prima della scadenza della stessa.

Naturalmente, può accadere che per un motivo o per un altro questo non accada. Cosa fare in questo caso?

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Come sappiamo, si tratta di un documento molto importante perché, da qualche anno a questa parte, sullo tessera sanitaria è impresso anche il codice fiscale dell’individuo.

La tessera, che è indispensabile se si desidera accedere ai servizi del Sistema Sanitario Nazionale, viene rilasciata dalla Agenzia delle Entrate che, come detto in apertura, provvede al rinnovo automatico della stessa.

Tuttavia, se questa viene persa o non ci viene recapitata prima della data di scadenza, si devono prendere provvedimenti.

Cosa fare in caso di tessera sanitaria scaduta

Se si nota che la propria tessera sanitaria sta per scadere, non si deve fare nulla, perché è l’Agenzia delle Entrate che provvede all’invio della stessa.

Si tratta, come abbiamo sottolineato, di un procedimento automatico e, per questo motivo, non si deve fare nulla per ottenere quella nuova.

Il periodo di validità è di 6 anni, dopodiché questa viene rinnovata automaticamente e recapitata, in  un plico chiuso, direttamente al domicilio del soggetto.

Naturalmente, per avere la nuova tessera sanitaria, il cittadino deve continuare a risultare un soggetto con assistenza sanitaria attiva.

Tuttavia, può accadere di non trovare più la propria tessera, che questa venga rubata o che questa non arrivi per tempo.

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Cosa fare? Dobbiamo fare un distinguo. Se la tessera sanitaria scaduta non viene sostituita automaticamente con un’altra, non è obbligatorio rivolgersi immediatamente alle aziende sanitarie o all’Agenzia delle Entrate.

Questo perché, in questo specifico caso, si continua ad avere diritto alla prestazione, previa presentazione di ricetta.

Inoltre, si deve sottolineare che, anche quando scaduta, la tessera in questione rimane comunque valida per la certificazione del codice fiscale.

Cosa significa in parole povere? Che questa risulta essere ancora valida al fine di acquistare dei farmaci in farmacia o nelle strutture sanitarie.

L’unico caso in cui, se non si riceve in maniera automatica la tessera sanitaria, si deve sollecitare il rilascio è quello in cui ci si deve recare all’estero.

In questo caso, quindi, è necessario un sollecito e ci si deve rivolgere alla azienda sanitaria di riferimento, in grado di rilasciare in tempo reale quello che è il certificato sostitutivo della Team, acronimo che sta per Tessera europea assicurazione malattia.

Caso diverso è quello in cui si smarrisce la tessera sanitaria.

Cosa fare? Il primo step è quello di collegarsi sul sito dell’Agenzia delle Entrate e richiederne una copia sostitutiva.

Se si preferisce non operare online per risolvere questa situazione, allora è utile sapere che ci si potrà recare presso la Asl di appartenenza, piuttosto che presso un ufficio dell’Agenzia delle Entrate.

Si deve altresì specificare che, al momento, la legge non prevede un obbligo di denuncia alle autorità competenti anche se, come sempre accade, specialmente in caso di furto, tutela il soggetto.

Pertanto, anche se non obbligatorio, noi consigliamo comunque di farlo. Se non ci si potrà recare personalmente presso una delle istituzioni in questione, si può anche agire per delega.

Naturalmente, la persona prescelta per la delega deve avere una dichiarazione scritta da parte del soggetto e deve presentare anche la copia del documento di identità dello stesso, oltre che del suo.

Se si tratta di cittadini italiani residenti all’estero, questi possono fare tutto rivolgendosi a quello che è il consolato italiano del paese ospitante.

In questo caso, cosa avviene? La tessera viene spedita presso il domicilio italiano dell’assistito o, dietro esplicita richiesta, presso la sede diplomatica più vicina.

Questo è tutto ciò che concerne l’iter da fare se si ha la tessera sanitaria scaduta.

Come detto, al netto di casi particolari ed espressamente elencati in precedenza, la cosa da fare è attendere l’arrivo della nuova copia direttamente presso il proprio domicilio, continuando a utilizzare la vecchia per beneficiare di tutte quelle che sono le prestazioni erogate dal Sistema Sanitario Nazionale.

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Sarà l’Agenzia delle Entrate a provvedere al tutto, come d’altronde dovrebbe essere, perché è un suo specifico compito.

Attivazione tessera sanitaria, la guida semplice e chiara per non sbagliare

attivazione tessera sanitaria

Una operazione come quella dell’attivazione tessera sanitaria è, forse, poco conosciuta.

Tuttavia, per accedere a taluni servizi online e per utilizzare la stessa come Carta Nazionale dei Servizi (CNS) è indispensabile attivarla in modo corretto.

Ciò significa che, dopo aver seguito il corretto iter per attivare la tessera in proprio possesso, si potranno utilizzare i servizi online messi a disposizione del cittadino.

Cos’è la tessera sanitaria?

Come è noto, la nuova tessera sanitaria ha delle funzioni in più rispetto a quella precedentemente in circolazione e contiene anche il codice fiscale, che appare scritto nella parte frontale della stessa.

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Essa serve, quindi, sia per prenotare e ottenere le prestazioni sanitarie, sia per certificare il proprio codice fiscale nel momento in cui questo viene richiesto.

La TS è uno degli strumenti del sistema sanitario italiano e serve per individuare le prestazioni che ciascun cittadino richiede e ottiene, in modo tale da monitorare la spesa pubblica. A questo punto, quindi, c’è da chiedersi quando è necessaria la tessera sanitaria.

Ecco le varie situazioni in cui è necessario averla con sé:

  • Quando in cui ci si reca dal dottore o dal pediatra
  • Quando si ritira un medicinale in farmacia
  • Quando si prenota un esame in un laboratorio di analisi
  • Quando si prenota una visita specialistica in ospedale e alla ASL
  • Quando si deve certificare il proprio codice fiscale

Analizzando la tessera sanitaria si nota che contiene diverse informazioni che riguardano il cittadino.

Si parte dai dati anagrafici e dal codice fiscale, per arrivare alla data di scadenza (valida solo per l’assistenza sanitaria, dato che il codice fiscale rimane invariato).

Inoltre, è presente un’area destinata agli eventuali dati sanitari regionali e si nota la presenza di tre caratteri ‘braille’ per i non vedenti. Infine, è presente un barcode, nel quale è presente il codice fiscale, e c’è una barra magnetica, che contiene tutte le informazioni e i dati dell’assistito, da quelli anagrafici alle prestazioni prenotate e i ticket da pagare.

Sul retro della card, invece, sono presenti i dati relativi alla T.E.A.M. (Tessera Europea Assistenza Malattia). In poche parole, quindi, questa parte viene utilizzata solo nel caso in cui l’assistito debba ricorrere a cure mediche all’estero. Ecco a cosa servono il codice di identificazione e tutti gli altri dati contenuti negli appositi spazi.

Come si nota, le nuove tessere sono fornite di un microchip: perché e a cosa serve? Si tratta, nello specifico, di un microchip dorato che contiene al suo interno tutti i dati sopra elencati che, quindi, vanno a identificare in tutto e per tutto l’assistito. Il chip in questione serve per entrare in contatto con la pubblica amministrazione.

A quanto detto si deve aggiungere che la tessera sanitaria ha una validità di sei anni, anche se ci sono casi particolari in cui dura meno. Un esempio è quello degli stranieri in possesso di permesso di soggiorno limitato: in questo specifico caso, la scadenza è correlata a quella del permesso.

Perché è necessaria l’attivazione tessera sanitaria?

Non resta da chiederci perché viene richiesta l’attivazione tessera sanitaria.

La risposta è semplice. La card deve essere attivata per poter usufruire di specifici servizi. Infatti, se nel caso di prestazioni sanitarie o per certificare il codice fiscale non si deve fare nulla, basta presentare la card in sé, per usarla come Carta Nazionale dei Servizi si deve procedere con l’attivazione. Insomma, per avere accesso ai servizi pubblici online è necessario effettuare qualche passaggio in più, come vedremo nello specifico.

Per far sì che la propria tessera sanitaria diventi a tutti gli effetti una CNS, si devono eseguire, passo dopo passo, dei precisi step, che andremo a elencare.

La prima cosa da sapere in questo caso è che per far diventare la propria TS una CNS, abilitandola, è necessario recarsi presso uno degli sportelli autorizzati della propria regione di appartenenza.

Ogni regione, infatti, ha i suoi sportelli e online sono reperibili tutti gli indirizzi, accuratamente divisi. Nel momento in cui ci si presenta allo sportello per iniziare l’iter di attivazione tessera sanitaria, si devono avere con sé dei documenti: primo tra tutti quello per verificare l’identità del soggetto in questione. In questo modo, dopo aver presentato la documentazione richiesta allo sportello autorizzato, il cittadino potrà ricevere dei codici di accesso.

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Questi sono classici codici PIN e PUK, ai quali va ad aggiungersi anche un codice di identificazione Cip che, però, non è obbligatorio in tutte le regioni.

Ma non finisce qui: per utilizzare a pieno tutti i servizi e per poter accedere a quelli online, si deve entrare in possesso di un lettore di smart card e annesso software di gestione che è possibile scaricare dal sito ufficiale tessera sanitaria.

Qui, inoltre, sarà reperibile anche la guida per l’installazione e l’utilizzo del software in questione.  Naturalmente, se il software di gestione di cui parliamo è gratuito, i lettori devono essere acquistati anche se, è utile specificarlo, hanno dei costi abbastanza contenuti.

Dopo aver fatto tutto ciò sarà possibile, come specificato in precedenza, sfruttare la tessera sanitaria anche come Carta Nazionale dei Servizi, in modo tale da avere facile accesso, direttamente online, a diversi servizi.

La nuova TS ha velocizzato di molto l’accesso alle prestazioni sanitarie e non solo: ora è molto più immediato prenotare una visita medica, pagare il ticket, ritirare un medicinale.

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Questa evoluzione del Sistema Sanitario Nazionale ha reso più user friendly delle operazioni che prima erano decisamente più lunghe e complesse.

Infine, ricordiamo il duplice vantaggio di avere su una sola e unica card anche il codice fiscale, che viene richiesto in diversi casi quando si parla di prestazioni sanitarie e non solo.

Voltura Enel: come farla senza compiere errori

Voltura enel

Trasferirsi è sempre un’operazione faticosa, in quanto bisogna organizzare il trasloco in modo da rendere lo spostamento più rapido ed efficiente possibile. Quando ci si sposta, però, ci sono alcuni passaggi su cui molti hanno dei dubbi.

Uno di questi riguarda la voltura Enel. Che si debba effettuare la voltura Enel per il gas o per la corrente elettrica, questo procedimento ha un costo e richiede la compilazione di alcuni moduli e lo svolgimento di un iter che non tutti conoscono.

Nel nostro articolo andiamo ad esaminare quali sono questi passaggi burocratici e quali i documenti da compilare per effettuare il passaggio in questione.

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Subentro e voltura: differenze

Iniziamo mettendo un puntino sulla i: sebbene siano in parecchi adoperare i termini indistintamente, o a non conoscere la differenza, il subentro e la voltura sono due procedimenti differenti. Infatti il subentro consiste nella riattivazione dell’utenza e dell’erogazione del servizio in seguito ad una disdetta delle forniture di luce e/o gas, magari proprio effettuata da parte dell’inquilino che precedentemente occupava l’abitazione in cui ci si è trasferiti.

Invece la voltura rappresenta il cambio nominativo del titolare del contratto di fornitura di gas o energia elettrica, senza che sia stata effettuata la disdetta da parte del precedente titolare.

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Ciò implica che non avviene la riattivazione di un servizio che è stato interrotto, ma più semplicemente, come anticipato, il passaggio di nominativo di colui a cui sarà intestata la disdetta.

Un’altra differenza tra voltura e subentro riguarda le tempistiche: la voltura, non prevedendo l’interruzione dell’erogazione, è più rapida rispetto al subentro, in quanto l’energia/gas non ha mai smesso di servire l’abitazione in questione.

Voltura Enel online: come farla – Codice Pdr

Vediamo ora nel dettaglio come effettuare la voltura Enel. Per svolgere tale operazione il nuovo abitante della casa deve essere in possesso di un codice, ossia il Pod, qualora si tratti di energia elettrica, oppure del codice Pdr nel caso in cui la voltura sia da effettuarsi sull’utenza del gas. Cosa sono questi codici? Per chi non lo sapesse, il Pdr indica il punto di riconsegna e rappresenta un codice numerico nazionale composto da 14 cifre: esso serve per identificare in maniera univoca il punto fisico in cui il gas viene recapitato agli utenti.

Tale codice non cambia anche se cambia il fornitore e si trova nella prima pagina della bolletta. Per quanto riguarda il Pod, esso è l’acronimo di point of delivery. Si tratta anche in questo caso di una sequenza numerica composta da 14 cifre, volta a identificare il punto fisico in cui l’energia elettrica viene consegnata al cliente finale.

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Fasce Orarie Enel 

Subentro Telecom

Come nel caso precedente, il codice non cambia nemmeno quando viene modificato il fornitore e viene segnalato nella pagina 1 della bolletta. Diversamente è ricavabile sul display del contatore. Dopo essersi procurati queste sequenze, il cliente che vuole effettuare una voltura deve procurarsi:

  • le fotocopie dei documenti di identità e del codice fiscale
  • indicare l’indirizzo e mail
  • il numero di telefono

Fatto questa si procede con inviare una lettura del contatore da volturare. Inoltre è necessario indicare l’indirizzo attuale del precedente titolare della bolletta e l’attestazione di residenza. Essa è un documento che specifica a che titolo colui che effettua la voltura risiede nell’immobile a cui bisogna fornire l’energia. Infine è necessario segnalare la potenza dei contatori.

È possibile effettuare questa procedura online comodamente da casa, accedendo alla pagina ufficiale dell’Enel. Qui viene segnalato il form apposito, dopo aver compilato il quale il cliente riceve sulla mail le condizioni del contratto.

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Tale contratto firmato e inviato insieme agli altri documenti specificati, tutto entro 10 giorni. Attenzione a non superare tale limite, poiché il rischio è quello di dover ripetere tutte queste pratiche da capo.

In alternativa alla compilazione online è possibile contattare l’Enel telefonicamente e farsi supportare da un operatore.

Subentro Enel: come farlo

Siccome abbiamo accennato anche al subentro, specificandone le differenze rispetto alla voltura, vogliamo dedicare un breve paragrafo anche a questo passaggio, prima di indicare il costo dei procedimenti.

Anche tale pratica si può effettuare online in maniera piuttosto semplice e simile alla voltura. Anche in questo caso sul sito ufficiale Enel è possibile trovare l’apposito form. Per compilarlo bisogna indicare l’indirizzo e i dati personali, gli estremi dei documenti, del titolo abitativo, della potenza in kwh richiesta e infine del numero intestato al cliente precedente.

Altrimenti è possibile chiamare il numero verde 800 900 800 e farsi inviare i moduli direttamente a casa propria. I moduli vanno inviati compilati e firmati, lasciando le spese postali a carico del gestore. Non temete di scordare dei documenti o dei passaggi: tutto viene indicato sul sito o sulla lettera di accompagnamento cartaceo.

Costo Voltura Enel

Passiamo ora ad un’altra questione pratica che sta a cuore a chi deve sbrigare tali pratiche: quanto costa effettuare la voltura Enel? Sia la voltura che il subentro hanno un costo pari a 27,52 euro. Questo costo viene addebitato sulla prima bolletta inoltrata al nuovo titolare del contratto. Attenzione: nel mercato libero di Enel Energia il costo potrebbe essere differente da quello appena riportato, poiché la cifra è a carico del gestore. Un’altra differenza si riscontra qualora si operasse nel mercato di maggior tutela, in quanto è l’Autorità per l’energia elettrica a stabilire il costo in maniera standardizzata. In questo caso la spesa da affrontare è pari a 23 euro di contributo fisso, più i 27, 52 euro di oneri amministrativi e infine bisogna pagare 14,62 euro di imposta di bollo.

Subentro o voltura?

Sulla base di ciò che abbiamo appena visto possiamo cercare di capire se, diventando titolari di una bolletta, convenga attivarsi per attuare una voltura o aspettare la disdetta e effettuare un subentro. In linea di massima da un punto di vista economico non vi sono particolari differenze (a meno che non si confrontino le offerte tra diversi operatori).

Tuttavia se si ha fretta e si vogliono tempi più brevi conviene e effettuare la voltura, approfittando di un allacciamento al gas o all’energia elettrica ancora attiva.

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Qualora il contraente precedente avesse già effettuato la disdetta non rimane che procedere con le operazioni per il subentro, in modo da poter usufruire dell’energia quanto prima.

Contratto di locazione transitorio: Guida e Info Utili

Guida all'affitto di casa transitorio

Tra le diverse forme di locazione previste dalla legislazione italiana vi è il contratto di locazione transitorio, anche chiamato contratto di affitto temporaneo.

Si tratta di un particolare tipo di contratto attraverso il quale il proprietario, o locatore, affitta al conduttore, l’inquilino, un immobile, dietro compenso stabilito in accordo tra i due, ma per un periodo di tempo limitato.

Qui di seguito analizziamo più nei particolari questa tipologia di contratto di locazione e le normative che lo riguardano, vediamo per chi è indicato e tutti i dettagli, continuate dunque a leggere per saperne molto di più.

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Chi può usufruire del contratto di locazione transitorio?

Il contratto di locazione transitorio è perfetto per tutti coloro che non necessitano di un contratto di locazione per un tempo minimo di 3 anni, come previsto dai contratti di locazione ordinari, ma per un periodo di tempo minore.

Generalmente infatti, viene utilizzato da studenti o lavoratori fuori sede, persone che necessitano temporaneamente di un’abitazione come per esempio a causa di lavori di ristrutturazione o che desiderano vendere l’immobile in tempi brevi.

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Come funziona il contratto di locazione transitorio?

In linea generale, il contratto di locazione transitorio è una tipologia di contratto in cui il tempo di locazione è stabilito per legge ed ha una durata breve.

Questo è disciplinato dalla legge 431 del 1998, in particolare dall’articolo 4 e dai successivi decreti ministeriali quali quello del 5 maggio 1999 ed ancora più specifico, quello del 30 dicembre 2002.

Il contratto di locazione transitorio può essere a canone libero o concordato. Il canone libero è il contratto in cui il canone viene stabilito direttamente dalle due parti, mentre il concordato è il contratto in cui il canone è fissato da accordi territoriali.

Nel secondo caso, si tratta di contratti in città maggiormente abitate, soprattutto in maniera transitoria da studenti o lavoratori, come per esempio nel caso di contratti nei comuni di Milano, Roma, Napoli, Venezia ed altre grandi città.

Il contratto di locazione transitorio ha una particolare caratteristica, questo infatti può essere rinnovato solo se alla scadenza il locatore ne confermi la possibilità.

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Nel dettaglio, se desiderate rinnovare il contratto prima della scadenza, ma il locatore ha negato tale possibilità, questo potrà essere rinnovato ma non in maniera transitoria.

Infatti, in casi come questo, il contratto dovrà essere sostituito da un contratto classico, come quello di 4+4 anni o di 3+2.

Qual è la durata del contratto di locazione transitorio?

E’ il decreto del 30 dicembre 2002 a stabilire la durata minima e massima del contratto di locazione transitoria.

Questo, prevede che la durata minima sia non inferiore ai 30 giorni, mentre la durata massima, non superiore ai 18 mesi.

Significa che qualora vengano indicati valori differenti, dunque inferiori o maggiori della durata prevista, questi non verranno presi in considerazione e si applicherà automaticamente al contratto il minimo o il massimo.

Come va redatto un contratto di locazione transitoria?

Come tutti i contratti di locazione, anche il contratto di affitto temporaneo deve essere redatto in forma scritta e registrato all’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate entro i tempi stabiliti per legge.

Per essere valido questo deve contenere una serie di elementi, tra cui in particolare la durata della locazione. Se all’interno del contratto viene indicata una durata inferiore ai 30 giorni, questa sarà nulla ed il contratto sarà valido per 30 giorni, se invece viene indicata una durata superiore ai 18 mesi, anche in questo caso i mesi in più non verranno presi in considerazione e si applicherà il termine massimo.

Oltre alla durata altre parti importanti del contratto sono:

  • La descrizione dell’immobile messo in locazione;
  • L’importo del canone mensile;
  • Il modo in cui il canone va versato, che ricordiamo deve essere in forma diversa da quella contante;
  • Clausola attestante la visualizzazione dell’attestato di prestazione energetica;
  • Clausole che vietano la sublocazione.

Contratto di locazione transitorio per studenti

Abbiamo già accennato precedentemente che tra i principali soggetti che possono usufruire del contratto di locazione transitorio, vi sono gli studenti universitari.

Possono usufruire di questa tipologia di contratto tutti quegli studenti che hanno la residenza in un Comune differente da quello in cui studiano e la cui abitazione si trova nello stesso Comune della sede dell’università o di un suo distaccamento.

I contratti di locazione transitori per gli studenti possono essere sottoscritti da un singolo o da più studenti, ma anche dai genitori o da enti per il diritto allo studio.

Rinnovo del contratto di locazione transitorio

Alla scadenza del contratto di locazione transitorio, questo viene automaticamente disdetto. Se la volontà dell’inquilino è quella di voler rinnovare il contratto, questo dovrà essere comunicato al proprietario dell’immobile tramite raccomandata in cui si spiegano le ragioni per cui prolungare il contratto.

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Se il proprietario accetterà la richiesta, questo potrà essere rinnovato per un ulteriore tempo, in alternativa verrà convertito in contratto di locazione ordinaria.

Subentro Telecom: come farlo senza errori

voltura telecom - voltura tim

Quando ci si trasferisce bisogna occuparsi di molti passaggi legati al cambio dell’intestatario delle forniture: gas, corrente elettrica, telefonia… In questo articolo ci occupiamo nelle specifico del subentro Telecom (o subentro Tim alla luce del cambio di nome).

Se nel nuovo appartamento é ancora attiva la linea Telecom bisogna modificare l’intestatario della linea telefonica e/o ADSL attiva.

Attraverso l’operazione del rientro possiamo effettuare tale passaggio, garantendo la continuità del servizio e dell’emissione delle fatture, le quali naturalmente avranno un intestatario differente.

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La caratteristica del subentro è proprio quella di non vedere mai l’interruzione dell’erogazione del servizio, ma soltanto la modifica del nome dell’utente. Tale operazione si può fare solamente con il consenso dell’attuale intestatario della linea.

Costi contratto Telecom

Il nuovo utente può attivare due tipi di contratto: il primo è a titolo oneroso, il secondo a titolo gratuito. Questa seconda opzione è un caso particolare, conosciuto anche come subentro familiare e avviene quando a richiederlo è ad esempio un erede.

Attenzione: per Telecom Italia, subentro o voltura sono la stessa cosa. Come richiedere il subentro familiare? Questa pratica può essere avviata grazie alla richiesta dell’attuale titolare della linea, che può avanzare la richiesta in due diversi modi.+

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Verifica Copertura Fibra TIM

Il primo prevede la compilazione e l’invio del modulo online, reperibile sul sito Telecom Italia, in particolare su Area Clienti , nella sezione Il mio 187 e cliccando su La mia Linea. Diversamente è sufficiente chiamare il Servizio Clienti 187.

Nei prossimi paragrafi approfondiamo rapidamente il caso del subentro per decesso dell’intestatario. Abbiamo visto cosa significa subentro a titolo gratuito: e nel caso di quello oneroso? Questa situazione si verifica quando il subentro Telecom non avviene a favore di un membro familiare.

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In questo caso bisogna scaricare l’apposito modulo online e inviarlo al numero di fax indicato oppure all’indirizzo postale segnato all’interno del modulo stesso. In alternativa, è anche possibile in questo caso rivolgersi all’operatore telefonando al Servizio Clienti 187. La Telecom, in seguito alla richiesta ricevuta, si impegna ad inviare all’utente la copia del contratto da sottoscrivere e da restituire firmata.

Costo subentro Telecom

Per quanto riguarda i costi della voltura Tim, per il passaggio tra familiari e non, il nuovo intestatario paga, a titolo di “Anticipo Conversazioni” una cifra che ammonta ad 8 euro. Tale somma non dovuta in caso di adesione alla domiciliazione delle fatture su conto corrente. Inoltre è previsto anche un contributo di 19,60 euro in caso di subentro oneroso.

Subentro Telecom

In questo paragrafo ci dedichiamo brevemente alle modalità per effettuare un subentro Telecom. Come abbiamo visto questo servizio permette di modificare l’intestatario di una linea telefonica: tale procedura permette alla linea attiva di rimanere attiva, tuttavia questa viene intestata a un altro soggetto, ossia il

futuro intestatario delle fatture e delle bollette. Il subentro può essere di due tipi: familiare (che si verifica qualora il titolare e il subentrante siano membri della stessa famiglia) e subentro non familiare. In entrambi i casi il nuovo intestatario deve pagare a titolo di “Anticipo Conversazioni” una somma pari a 8 euro, da pagarsi solo nei casi in cui la domiciliazione non sia bancaria, postale o su carta di credito delle bollette). Inoltre il subentro non familiare prevede anche un contributo di 19,60 euro.

Come effettuare subentro Tim Familiare

Vediamo ora come effettuare un subentro familiare.

Esso può essere richiesto sia online, attraverso l’accesso via web all’area clienti e quindi cliccando su Il mio 187 e dunque sulla voce Subentra; sia telefonando direttamente al numero 187 per parlare con un operatore del servizio clienti. In questo secondo caso l’utente e l’operatore telefonico registreranno una voce dichiarante il subentro (il cosiddetto verbal ordering).

Ne caso di subentro per decesso dell’intestatario, come procedere? Esso si può richiedere di nuovo telefonando al 187 ed effettuando un verbal ordering, oppure tramite l’invio di una raccomandata A/R con richiesta di subentro, all’indirizzo

Telecom Italia Spa – servizio clienti residenziali – casella postale 211 – 14100 Asti, oppure al fax 800000187

Nella lettera bisogna indicare i dati della linea telefonica e allegare i documenti del subentrante, oltre a quelli attestanti il decesso del titolare.

Subentro Tim non familiare

Nel caso del subentro tra soggetti non familiari il trasferimento si può invece richiedere scaricando l’apposito modulo, il quale va compilato e spedito all’indirizzo indicato o al numero di fax.

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A seguito di tale richiesta la Telecom invia la copia del contratto da sottoscrivere e da rispedire al gestore.