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Revocatoria Fallimentare: Guida definitiva e ultime novità

art 163 cpc

In questo articolo vogliamo fornirvi una guida che illustri in cosa consiste l’azione revocatoria fallimentare.

Con questa azione ci so riferisce ad uno strumento mirato alla ricostituzione del patrimonio del soggetto fallito, colpendo gli atti posti in essere dal fallito stesso nel periodo precedente la dichiarazione del fallimento, in quanto tali atti violano il principio della par condicio creditorum.

Stando a tale principio i creditori dell’imprenditore fallito sottostanno alle stesse condizioni, senza differenze; questo è l’unica strada per poter vedere soddisfatte le pretese creditorie.

 

 

Qualora il debitore insolvente, prima di aver dichiarato la condizione di fallimento, abbia posto in essere atti di disposizione che hanno modificato l’entità del patrimonio, allora tali atti possono essere privati del loro effetto, ciò proprio all’azione revocatoria fallimentare, come anticipato.

In altre parole tale azione è uno strumento a vantaggio del curatore fallimentare, con lo scopo di poter ricostituire il patrimonio del fallito e garantire la soddisfazione dei creditori.

Come si procede? Chi è legittimato?

Vediamo ora di rispondere ai due interrogativi appena posti. L’azione revocatoria va sottoposto all’attenzione del Tribunale che ha dichiarato lo stato di fallimento tramite un atto di citazione.

La procedura da seguire la stessa messa in atto per le ordinarie controversie civili; tale azione va esercitata entro e non oltre tre anni dalla dichiarazione di fallimento, a pena di decadenza.

 

 

Per quanto riguarda chi è legittimato a esercitare l’azione revocatoria, si tratta del curatore fallimentare, colui che è preposto a ricoprire il duplice ruolo di rappresentante dell’insieme dei creditori e dell’imprenditore fallito.

Egli deve ottenere dal Giudice delegato della procedura fallimentare un’apposita autorizzazione ad agire. Tramite l’azione del legittimato tutti gli atti di disposizione, i pagamenti eccetera poste in essere dal fallito nell’anno o nei sei mesi precedenti al fallimento perdono efficacia., a meno che l’altra parte dimostri di essere stato tenuto all’oscuro dello stato di insolvenza del debitore.

La materia relativa a questa azione è stata modificata dal decreto legge numero 35 del 14 marzo 2005 e convertito con legge 14 maggio 2005 numero 80, riducendo i termini per la proposizione della azione revocatoria. Inoltre le modifiche hanno previsto che la revocatoria fallimentare possa essere talvolta esclusa, magari senza che sia esclusa quella ordinaria.

Quali sono gli atti revocabili

La legge fallimentare differenzia i diversi atti gestiti dal fallito, stabilendo in questo modo diversi regimi a seconda che la revoca riguardi gli atti a titolo gratuito, i pagamenti oppure gli atti a titolo oneroso. Vediamo le differenze.

Diversi regimi di revocatoria fallimentare

Gli atti gratuiti compiuti dal fallito nei due anni precedenti alla situazione di fallimento prevedono la revoca è ope legis. Lo stesso vale per i pagamenti di crediti che sono scaduti il giorno stesso della dichiarazione di fallimento.

Quando ad oggetto sono gli atti a titolo oneroso possiamo distinguere altri tipi di categorie di atti compiuti dal fallito nell’anno precedente al fallimento. Si tratta degli atti in cui le prestazioni eseguite sorpassino di oltre un quarto quanto è stato garantito; degli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili che non siano stati effettuati con denaro o mezzi di pagamento quali pegni, ipoteche volontarie e così via.

Vi sono poi le revocatorie speciali in materia di patrimoni rivolti ad un affare stabilito oppure di pagamenti di cambiale scaduta e quelli posti in essere tra marito e moglie.

La conoscenza dell’altra parte della situazione debitoria e di insolvenza del soggetto costituisce presupposto soggettivo dell’azione revocatoria per gli atti sinora elencati.

Quali sono gli atti non sottoposti alla revocatoria fallimentare?

Tuttavia non tutti gli atti compiuti dal soggetto fallito si possono sottomettere all’azione revocatoria.

Sono infatti esclusi i pagamenti di beni e servizi svolti durante l’esercizio dell’attività di impresa nei termini d’uso, le rimesse effettuate su un conto corrente bancario che non siano state in grado di diminuire in maniera notevole la condizione debitoria del fallito nei confronti dell’istituto bancario, le vendite effettuate a giusto prezzo e aventi come oggetto edifici ad uso abitativo principale dell’acquirente, oppure degli immobili mirati a rappresentare la sede dell’impresa dello stesso.

Sono inoltre esclusi i pagamenti, le garanzie e gli atti inerenti beni del debitore, ma soltanto nel caso in cui siano stati posti in essere in relazione ad un piano di operabilità e successo attestati da un tecnico esterno all’azienda e soltanto qualora tali azioni siano indicate e in grado di risanare il debito.

Tra gli atti esclusi dalla revocatoria troviamo anche atti e pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro portate a termine dai lavoratori dipendenti e dai collaboratori dell’azienda fallita e i pagamenti di debiti liquidi eseguiti alla scadenza con l’ obiettivo di conseguire lo svolgimento di servizi finalizzate all’accesso di procedure di amministrazione controllata.

L’azione revocatoria ordinaria

Abbiamo fatto un accenno all’azione revocatoria ordinaria: durante la procedura fallimentare il curatore del patrimonio del soggetto fallito ha la possibilità di esercitare un’azione revocatoria ordinaria, con lo csopo di vedere dichiarati inefficaci gli atti compiuti dal debitore a discapito dell’interesse dei creditori, tutto questo sulla base delle regole stabilite nel codice civile.

Si tratta comunque di un’azione assoggettata alla discrezionalità del tribunale fallimentare.

 

 

Fondamentalmente la revocatoria ordinaria richiede un maggiore impegno probatorio e quindi spesso vi si fa ricorso in subordine a quella fallimentare.

   

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