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Calcolo del rapporto tra interessi e rivalutazione

Interessi e rivalutazione

Nella redazione di un documento giudiziale oppure stragiudiziale, oppure al momento della firma dello stesso, nei casi in cui si richiede (o si cede) una determinata somma di denaro, capita di vedere la dicitura “con aggiunta di interessi e rivalutazione”.

Quando si firmano dei documenti è bene essere informati circa ciò che si sta accettando, senza lasciare nulla al caso e senza dare per scontato che il giudice o la figura che leggerà la documentazione sarà in grado di calcolare se la somma indicata nell’atto sottoscritto sia corretta.

Soprattutto nel caso in cui il proprio ruolo sia quello di debitore, e non quello di creditore, non bisogna trascurare nulla. Firmando senza informarvi sull’esattezza delle informazioni riportate non avrete diritto in futuro di contestare la somma di interessi che vi viene richiesta.

Perché proprio di questo stiamo parlando: vi vengono richiesti interessi e una rivalutazione da pagare in aggiunta alla somma di debito iniziale.

 

 

Dunque, come calcolare gli interessi, quali categorie ci sono? E che cos’è la rivalutazione legale? Come si calcola? Lo vediamo nel corso dell’articolo che state leggendo.

Definizione di interesse e di rivalutazione legale

È il Codice Civile stesso che ci fornisce una definizione del termine di interesse legale, in particola modo all’articolo numero 1282: i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo stabiliscano diversamente”.

La norma stabilisce che il creditore non ha necessità di provare di aver subito un danno per vedersi riconosciuti gli interessi legali, né accusare il debitore di qualche colpa: in questo caso infatti ci si riferisce agli interessi moratori o a quelli compensatori, dove il debitore viene sanzionato per una mancanza.

Nella fattispecie di cui stiamo parlando, le parti hanno la possibilità di stabilire di comune accordo la percentuale di interessi che maturano sulla somma da restituire. Se ciò non avviene, allora si applica il cosiddetto tasso legale, regolato dall’articolo numero 1284 del Codice Civile.

Come si calcola il tasso legale? Ad oggi la tecnologia ci viene in aiuto: sono dei sofisticati software a calcolare tale interesse, tuttavia ecco come si genera il tasso legale.

Entro il 15 dicembre di ogni anno il Ministero del Tesoro pubblica un decreto in cui viene fissato il tasso che andrà applicato nel corso dell’anno a venire. Esso si calcola in base al tasso di inflazione e dei rendimenti dei Titoli di Stato Annuali.

 

 

A sua volta tale misura è rintracciabile anche nell’articolo 1284 del Codice Civile. Inoltre il Decreto Legge numero 132 del 2014 ha affiancato un ulteriore comma al sopracitato articolo, comma secondo il quale “Se le parti non ne hanno determinato la misura, dal momento in cui è proposta domanda giudiziale il saggio degli interessi legali è pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.”

Per i procedimenti che invece sono stati avviati dopo l’11 dicembre del 2014 si usa come riferimento il Decreto Legge numero 231 del 2002, il quale stabilisce tassi molto più onerosi dei precedenti.

Inoltre l’articolo 1283 del Codice Civile, a meno che non sia stato stabilito diversamente, gli interessi scaduti non sono capitalizzati e non producono interessi a loro volta.

Tale caso è possibile, tuttavia è possibile soltanto con la domanda giudiziale e solo per gli interessi scaduti da 6 mesi minimo: il codice civile stesso afferma che essi possono produrre interessi.

Qualora le parti coinvolte abbiano stabilito il tasso di interesse che matura sulla somma di debito, allora si parla di interessi convenzionali: questi si sostituiscono dunque il tasso legale.

A questo punto introduciamo le categorie, le quali non influenzano il calcolo stesso degli interessi. La prima categoria, come anticipato, è quella degli interessi moratori, ossia quelli previsti in caso di ritardo del pagamento in relazione alla scadenza pattuita. La natura di tale interesse è quella legata alla punizione del ritardo. Non si tratta di “incolpare” il debitore, il quale può anche fornire le prove che lo discolpino di tale ritardo.

Qualora non vi sia una data prestabilita per la restituzione della somma, allora gli interessi convenzionali sono definiti “retributivi” oppure “retributivi”: tale nome fa riferimento alla compensazione che riceve il creditore della mancanza di disponibilità immediata della cifra stessa.

Nella pratica commerciale, poi si parla di interessi compositi, in quanto si compongono di più interessi legali insieme a quelli convenzionali (come può essere il TAEG o il TAN).

Altra categorizzazione degli interessi è quella legata agli interessi usurari, che sono tutelati e definiti dalla legge, in particolare dall’articolo numero 644 del Codice Penale: esso stabilisce il limite oltre cui sono usurari.

La legge sull’usura del ‘96 (la 108) prevede che ogni tre mesi si pubblichi sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto del ministero dell’Economia che dichiari qual è il tasso medio da applicare nel trimestre da parte degli operatori, così da delimitare la soglia di usura.

Anche la rivalutazione monetaria è un modo per compensare il creditore del passare del tempo rispetto al nascere del credito. Perchè si applica? Bisogna capire la differenza tra obbligazioni di valuta e obbligazioni di valore : le prime sono quelle che hanno sin dall’origine delle somme di denaro, mentre le seconde hanno come oggetto una prestazione differente dal denaro, che va però quantificato da un punto di vista monetario.

La rivalutazione si applica alle obbligazioni di valore, e non si sostituisce, ma si aggiunge agli interessi. Perché? La risposta è che rivalutazione e interessi sopperiscono a due differenti componenti del danno extracontrattuale, quindi danno emergente e lucro cessante.

La rivalutazione, in funzione della sua funzione risarcitoria, copre il danno emergente, ripristinando la situazione del creditore nel momento in cui si verifica un inadempimento.

 

 

Dunque essa reintegra il danno a carico del creditore, adeguando la somma in valori monetari riferiti alla data del danno stesso: tale operazione usa il coefficiente di rivalutazione calcolato dall’ISTAT e va eseguita stando alle disposizioni della sentenza della Corte di Cassazione Civile, numero 1712 del 17 febbraio 1995: “gli interessi (determinati nel loro ammontare dal giudice) vanno calcolati dalla data del fatto non sulla somma complessiva rivalutata alla data della liquidazione, bensì sulla somma originaria rivalutata anno dopo anno, cioè con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la predetta somma si incrementa nominalmente in base agli indici di rivalutazione monetaria”.

   

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