Cassa Integrazione in Deroga: cos’è e le ultime novità per accedere

Cassa integrazione in deroga

Cosa si intende quando si parla di cassa integrazione in deroga? Ecco tutto quello che c’è da sapere in merito a questo specifico argomento, che interessa non pochi italiani.

Prima di entrare nel vivo del discorso, si deve sottolineare che con il Jobs Act, i requisiti di accesso alla cassa integrazione sono diventati ancora più restrittivi ed è stata introdotta anche una nuova durata del sussidio. Per questo motivo, si andranno ad analizzare anche tutte le novità CIGD 2018.

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Cos’è la Cassa Integrazione in Deroga

Vediamo, quindi, di capire cos’è la Cassa Integrazione in Deroga. La prima cosa da fare, quindi, è andare a definire di cosa si sta parlando. La CIGD (acronimo per definire questa tipologia di cassa integrazione) è un intervento di integrazione salariale a sostegno di quelle imprese che sono impossibilitate a ricorrere agli strumenti ordinari. Questo può accadere sia perché ne sono state escluse sin dal principio, sia perché hanno esaurito il periodo di fruizione delle stesse.

Questo è quanto si legge sul sito dell’INPS che specifica anche che la misura della CIGD è concessa dalla regione o provincia autonoma con determina, se la richiesta d’intervento arriva da unità produttive le cui sedi sono tutte in un’unica regione o provincia autonoma. Se, invece, si tratta di aziende plurilocalizzate, invece, viene concessa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con decreto.

A questo punto, ci si deve domandare a chi spetta usufruire di questa misura. Facendo sempre riferimento al sito ufficiale dell’INPS, si capisce che questo sussidio economico, che consta, come detto, in un’integrazione salariale può essere concessa o prorogata ai lavoratori subordinati e, nella fattispecie, a operai, impiegati e quadri, ivi compresi gli apprendisti e i lavoratori somministrati, che, alla data di inizio del periodo di riferimento, hanno maturato un’anzianità lavorativa di almeno 12 mesi presso l’impresa stessa.

Tutte le novità in merito alla Cassa Integrazione in Deroga

Vediamo, quindi, quali sono le novità degne di nota. Iniziamo con il dire che con il Decreto 83473 del 01/08/2014 i requisiti di accesso alla cassa integrazione in deroga sono diventati più restrittivi. Ad esempio, dopo tale data, la CIGD non verrà più concessa se si è dinanzi a un caso di cessazione dell’attività dell’impresa o di una parte di essa.

Invece, potranno richiedere il sussidio solo le imprese di cui all’articolo 2082 del codice civile, ma non gli studi professionali e le associazioni.

Si fa presente anche che, prima di fare domanda per ricevere il sussidio in questione, le aziende dovranno aver fatto uso di quelli che sono gli strumenti ordinari di flessibilità.

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Si tratta di correzioni importanti, che hanno cambiato le modalità e i requisiti di accesso a questa misura.

Cassa Integrazione in Deroga: come si calcola e importi

80% della retribuzione e sono compresi anche gli eventuali ratei di mensilità aggiuntive, che il dipendente avrebbe percepito per le ore di lavoro che non sono state non prestate tra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale. In ogni caso, non si può andare oltre le 40 ore settimanali. Altro limite da tenere sempre a mente è che l’importo della prestazione non deve mai superare un limite massimo mensile, che verrà rimodulato con cadenza annuale.

Si deve altresì notare che il lavoratore che usufruisce di questa indennità può svolgere delle prestazioni di lavoro accessorio senza perdere il diritto a percepirla, ma si deve sempre tenere presente che, nello specifico caso, il limite massimo annuale è di 3.000 euro e questa cifra non può essere superata, altrimenti si perde il diritto alla CIGD.

Inoltre, il lavoratore deve sempre comunicare all’INPS lo svolgimento di una attività retribuita, altrimenti va a decadere dal diritto.

Quando va fatta la domanda per la Cassa Integrazione in Deroga? Si deve specificare che questa essere presentata all’INPS entro 20 giorni dalla data in cui ha avuto inizio la sospensione o la riduzione dell’orario di lavoro.

Si devono allegare alla istanza sia il verbale di accordo sindacale, che l’elenco dei lavoratori che vengono colpiti dalla misura. Le modalità cambiano in base alla tipologia di azienda che ne fa richiesta.

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Se si tratta, infatti, di una azienda con unità produttiva in un’unica regione o provincia autonoma, la domanda CIGD deve essere presentata online all’INPS. Esiste, a tal proposito, la piattaforma Digiweb, che è specificamente adibita a questo. Inoltre, si può presentare il modello IG/15 deroga (cod. SR100) alla Regione di competenza. Se, invece, si tratta di azienda con unità produttive plurilocalizzate, allora si deve fare istanza al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Alla luce di quanto detto, si deve ricordare che il lavoratore in CIGD ha degli obblighi. Questo deve, infatti, partecipare attivamente a delle politiche attive. Se, ad esempio, non frequenta quelli che sono i corsi della regione o le varie politiche attive del Centro per l’impiego, perde il diritto all’indennità e questo perché si tratta di misure che puntano alla riqualificazione dello stesso.

Contributo IVS 2018: Cos’è e come va pagato per autonomi e dipendenti

contributo ivs

Cosa si intende quando si sente parlare di contributo IVS, come si richiede e chi ne ha diritto? Scopriamo tutto quello che c’è da sapere in merito, nel più semplice dei modi possibili!

Contributo IVS: cos’è e come si richiede

Il contributo IVS 2018 è quella contribuzione obbligatoria che deve essere corrisposta all’INPS o alle gestioni speciali. Si tratta, nello specifico, di una quota che viene trattenuta in busta paga o, in base ai casi, viene versata direttamente dal lavoratore per l’assicurazione invalidità, vecchiaia, superstiti.

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Ciò significa che, successivamente l’INPS è tenuta ad erogare una somma in caso di inabilità, anzianità o morte del lavoratore.

Quello che deve essere specificato, però, è che non c’è una quota fissa per questo contributo! Infatti, questa varia in percentuale in base a quella che è la categoria di appartenenza del lavoratore.

Ecco, quindi, che è utile conoscere questo dato per poter calcolare l’ammontare del contributo che deve essere corrisposto annualmente.

Inoltre, l’INPS procede, con cadenza annuale, a rinnovare le aliquote contributive, così come altri parametri quali il reddito minimo e massimo vigente per quel periodo di imposta, nonché il reddito di fascia. Solo dopo aver calcolato tutto ciò, si passa al calcolo del contributo IVS vero e proprio.

Chi deve pagare il contributo IVS?

Vediamo, quindi, quali sono le classi di lavoratori che devono pagare il suddetto contributo all’INPS. Si deve, quindi, fare presente che questo deve essere pagato dai lavoratori dipendenti del settore privato, così come anche apprendisti, dagli artisti dello spettacolo, dai collaboratori autonomi iscritti alla gestione separata, dagli artigiani e commercianti, dai giornalisti iscritti all’INPGI, ma anche da mezzadri, coloni, IAP e coltivatori diretti. Per i subordinati, apprendisti e collaboratori, il contributo IVS viene trattenuto direttamente un busta paga.

I lavoratori autonomi, invece, dovranno versarlo tramite il modello F24 entro delle determinate date!

E i dipendenti pubblici? Questa categoria risulta essere esclusa dal pagamento del contributo di cui si parla.

Dipendenti privati e contributo IVS

Entrando nel dettaglio, ecco tutto quello che si deve sapere sul contributo IVS per subordinati. Chi è in possesso di un contratto, essendo occupato in un’azienda a tempo determinato o indeterminato, deve versare il contributo di cui parliamo e questo è ai fini pensionistici.

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Dal 2007 in poi, la percentuale del contributo che il lavoratore è obbligato a pagare è aumentata dello 0,30%. Tuttavia, misura massima della contribuzione pensionistica complessivamente dovuta dal datore di lavoro e lavoratore non può in alcun caso andare oltre la soglia del 33%.  Nella propria busta paga, il lavoratore troverà, quindi, una voce specifica, relativa al contributo IVS.

Contributo IVS artigiani e commercianti

Stando a quanto legiferato, gli autonomi artigiani e commercianti e loro collaboratori sono obbligati a pagare il contributo IVS e l’bbligo concerne anche quelli che sono i familiari che vengono impiegati nell’azienda in modo continuativo.

Tra questi rientrano sia il coniuge che i parenti entro il III° grado e gli affini entro il II°. Devono, inoltre, effettuare il versamento dei contributi anche i soci, i soci di società in accomandita semplice, unico socio o soci SRL.

Contributo IVS coltivatori diretti, coloni, mezzadri e IAP

coltivatori diretti, coloni, mezzadri e IAP, imprenditori agricoli professionali, il contributo IVS va calcolato sulla base di 3 fattori che sono:

1) ubicazione geografica dell’impresa, dato che se questa è localizzata in zone montane o svantaggiate sono previste delle facilitazioni;

2) fascia di reddito dell’azienda;

3) età del contribuente se maggiore o minore di 21 anni.

Contributo IVS gestione separata

In questo caso, coloro i quali sono iscritti alla gestione separata, professionisti e collaboratori versano il contributo IVS in base alle aliquote fissate dall’Istituto! Ecco tutto quello che si deve sapere!

  • Collaboratori occasionali, a progetto e venditori porta a porta non iscritti ad altra forma di previdenza obbligatoria o titolari di trattamento pensionistico: se iscritti ad altra forma di previdenza obbligatoria o titolari di trattamento pensionistico, il contributo da pagare è del 24%. Il calcolo viene effettuato in base al reddito minimo e massimo, così come deciso dall’INPS su base annuale. Il versamento lo deve fare il committente ed è, successivamente, ripartito con il collaboratore.
  • Autonomi e professionisti iscritti alla gestione separata: in questo caso i contributi sono totalmente a carico delle figure professionali, dato che non c’è committente.

Come si nota, non c’è una regola generale in merito al contributo IVS, che viene pagato dalle categorie sopra specificate in base a diverse regole.

Le percentuali, come detto, sono calcolate dall’INPS su base annua e tengono conto di diversi fattori, tutti molto importanti.

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Risulta, quindi, utile conoscere tutti quelli che sono i dettagli necessari per andare a calcolare il contributo IVS a cui si è assoggettati, sempre se si rientra nelle categorie di cui sopra!

Orari visite fiscali per lavoratori del settore pubblico e privato

Orario visite fiscali

L’assenza dal lavoro per malattia comporta determinanti obblighi per il lavoratore dipendente. Un tema costantemente al centro del dibattito e spesso oggetto di variazioni.

Negli ultimi mesi, infatti, sono state apportate significative modifiche agli orari delle visite fiscali. Tenersi aggiornati su questo aspetto è, quindi, essenziale per evitare di incorrere in sanzioni.

Un’apposita circolare, resa nota dal’INPS, ha comunicato il nuovo regolamento riguardo le visite fiscali: una serie di parametri a cui sia i lavoratori dipendenti che i medici dovranno attenersi nel prossimo futuro. Basta ricordarsi con precisione gli orari per vivere tranquillamente i giorni di malattia, senza il rischio di incorrere in multe davvero pesanti.

Il primo fattore da tenere presente è, però, l’obbligo di presentare un certificato medico sia per il dipendente pubblico che privato. Il certificato medico deve essere realizzato dal medico curante ed inviato dal lavoratore entro e non oltre i due giorni dall’avvenuta malattia.

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Ma come detto le novità introdotte dall’ultima normativa dell’Istituto sono tante; andiamole a vedere.

Il regolamento per i dipendenti pubblicità

Ebbene sì, anche per quanto riguarda gli orari delle visite fiscali e le modalità con le quali avvengono, vi sono significative differenze tra i dipendenti privati e i lavoratori della Pubblica Amministrazione.

Sono indicati, in questa particolare categoria, i docenti, i dipendenti degli Enti locali, le Forze dell’Ordine, i Vigili del Fuoco, i dipendenti delle Asl e i lavoratori dipendenti pubblici.

La reperibilità è attiva sette giorni su sette e comprende qualsiasi giorno festivo, i prefestivi e i normali periodi lavorativi. Per quanto concerne l’orario delle visite fiscali, risulta compreso in due fasce: quella mattutina dalle nove alle 13 e l’altra, pomeridiano – serale, che va dalle 15 alle 18.

In questo determinato periodo i lavoratori devono ad essere reperibili presso l’indirizzo che è stato indicato nel certificato ed inviato in precedenza al datore di lavoro.

Il medico fiscale può giungere in ogni momento perciò è indispensabile non allontanarsi dal proprio domicilio, tranne in alcuni casi.

Le esenzioni e decadimento obbligo di reperibilità

Possono essere riscontrate, però, delle determinate condizioni tali da far decadere l’obbligo di reperibilità; quali sono? Il vincolo viene cancellato del tutto se la malattia, riportata nel certificato, risulti di un’entità tale da richiedere cure salvavita.

Anche gli infortuni occorsi sul posto di lavoro non ricadono nei casi previsti per le visite fiscali come anche le patologie identificabili con cause di servizio.

Vengono compresi, inoltre, le gravidanze caratterizzate da un significativo rischio, sia per la madre che per il piccolo, oltre ai “quadri morbosi inerenti alla circostanza di menomazione”

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Naturalmente anche chi ha già ricevuto la visita fiscale, nel periodo riportato nel certificato, è esente da ulteriori controlli. I degenti in ospedale o chi deve sottoporsi a Day Hospital, spostandosi dal domicilio, non rientrano nelle categorie oggetto delle visite fiscali.

La normativa per i dipendenti privati

Anche i lavoratori del settore privato sono oggetto di visite fiscali, nel periodo di malattia. Anche se non cambiano gli obblighi riguardo l’invio del certificato e le multe, significative differenze caratterizzano gli orari di reperibilità.

In questo caso si parte dalle ore 10 fino alle 12, per la mattina mentre, nelle ore serali,  gli orari delle visite fiscali sono compresi tra le 17 alle 19.

Insomma  non cambia il numero di ore, ma le fasce orarie. In pratica chi lavora nel settore privato deve porre maggiore attenzione alle ore serali. Per quanto riguarda le esenzioni, sono le stesse che ricadono sui lavoratori del settore pubblico.

Gli obblighi del medico

Naturalmente anche il dottore che effettua la visita al lavoratore ha precisi doveri. Durante la visita, realizzabile esclusivamente negli orari delle visite fiscali prima indicati, dovrà controllare lo stato di salute del paziente analizzando la malattia riportata nel certificato trasmesso in precedenza.

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Nel caso lo ritenga utile può anche prolungare la degenza di due giorni o comunque variarne la durata. Se le condizioni del lavoratore appaiono particolarmente critiche dovrà sollecitarlo a rivolgersi ad un medico specialista.

A questo punto il medico dovrà inviare il certificato all’INPS entro il primo giorno della settimana successiva al riscontro dello stato di malattia. Se, al momento della visita, non sarà in grado di reperire il lavoratore, dovrà segnalarlo, nelle modalità previste, attivando i provvedimenti del caso.

Le sanzioni

Come detto la mancata presenza del lavoratore nel domicilio indicato e negli orari delle visite fiscali comporta delle pesanti sanzioni. In questo caso decadrà il diritto di ricevere l’intero importo dello stipendio.

La diminuzione riguarda il periodo dei primi dieci giorni di malattia. Per i giorni seguenti, invece, il taglio della retribuzione è pari al 50% di quanto normalmente percepito.

E’ possibile, però, comprovare la assenza dal domicilio indicato evitando, così, la sanzione. Un’altro fattore da tenere presente, al di là degli orari delle visite fiscali, è la diminuzione dello stipendio percepito durante il periodo di malattia.

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Se per i primi nove mesi si riceverà il 100% dell’importo ricevuto, dal decimo al tredicesimo mese si passerà al 90% mentre dal tredicesimo fino al diciottesimo ammonterà al 50%.

Conto deposito Findomestic, scopri offerte e condizioni

Conto deposito findomesticSe si è alla ricerca della migliore opzione possibile, non si può non prendere in considerazione il conto deposito Findomestic. Di cosa si tratta, cosa offre e quali sono vantaggi?

Cerchiamo di rispondere nella maniera più puntuale possibile a tutti questi quesiti.

Solitamente, prima di optare per questa o quella soluzione, è utile fare un confronto tra varie proposte e scegliere quella migliore. Ecco, quindi, che andiamo ad analizzare il conto deposito Findomestic più da vicino, per scoprirne pro e contro.

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Conto deposito Findomestic: caratteristiche principali

La prima cosa da sottolineare, prima di andare ad analizzare nel dettaglio il conto deposito, è che Findomestic fa capo al gruppo BNP Paribas. Nello specifico, si tratta di una banca che è nata nel 1984 e che, da quel momento, è un punto fermo nel settore del cosiddetto credito al consumo.

Si tratta, come si intuisce, di un istituto italiano nato prima sotto l’egida di vari gruppi bancari e, successivamente, acquistato da BNP Paribas nell’anno 2011.  Molti sono, ad oggi, i risparmiatori che amano scelgono questo istituto di credito al fine di ottenere sia mutui che prestiti personali, ma egualmente apprezzati sono anche i conti deposito proposti.

Ecco quello che Findomestic offre a tutti i risparmiatori. Vedremo nel dettaglio tutte le varie offerte attive per quel che concerne il conto deposito del gruppo.

Se si desidera aprire un conto deposito Findomestic, sarà utile sapere che tutte le operazioni per ottenerlo sono gratuite. Nessuna spesa di apertura, infatti, grava sul portafogli del risparmiatore che, quindi, potrà aprire il suo conto in maniera totalmente gratuita. Sono azzerate anche le spese di gestione, così come non si deve pagare neppure l’imposta di bollo per il primo anno.

Sarà la banca stessa ad accollarsi la spesa per l’acquisito cliente. Ricordiamo, infatti, che per depositi superiori a 5000 euro, l’imposta di bollo è obbligatoria, sempre nella misura del 2 per mille dell’importo.

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Un conto molto vantaggioso, quindi, dato che si tratta di un qualcosa praticamente a costo zero, dato che non ci sono spese di apertura e/o mantenimento dello stesso.

Altro dettaglio da aggiungere è che le somme che vengono depositate sull’apposito conto di liberamente svincolabili quando si desidera: ciò significa che, nel caso di necessità, sarà possibile prelevare la somma che si desidera senza problemi, né alcun vincolo di sorta. Non si dovrà, quindi, corrispondere il pagamento di nessuna penale.

A questo punto, risulta indispensabile chiedersi come si apre il conto deposito Findomestic. Molto semplice anche questo, dato che si tratta di un conto apribile direttamente online, sul sito ufficiale del gruppo.

Basta collegarsi e compilare l’apposito form, allegando tutti i dati e i documenti che vengono richiesti. Il tutto, inoltre, viene facilitato dalla firma digitale, che permette di andare a completare la procedura anche senza l’invio cartaceo di tutta la documentazione che solitamente viene richiesta.

Il sito web di Findomestic, inoltre, è molto utile e ben strutturato. Per chi volesse controllare anche quello che è il guadagno effettivo legato al proprio conto, c’è un comodo simulatore, utilizzabile in maniera molto semplice e molto intuitiva. Findomestic, quindi, si conferma un gruppo bancario user friendly, che mira a facilitare la vita del risparmiatore.

Ecco, quindi, che dopo aver esplicitato tutto, è utile capire quali sono gli interessi del conto deposito Findomestic. Anche in questo caso, si ha un vantaggio abbastanza interessante. Findomestic, infatti, permette di maturare un tasso di interesse pari all’1,50% per somme fino a 10 mila euro e dell’1% per somme che superano suddetta soglia.

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C’è un tetto massimo vincolabile, che è pari a 100 mila euro. Il tasso in questione è lordo e, pertanto, si deve sottrarre dalla somma la ritenuta sugli interessi, pari al 26%.

 

Rintracciabilità raccomandate: ecco come individuare il proprio pacco

raccomandata indescritta

Inviare un documento, attraverso le raccomandata, garantisce la spedizione con la massima sicurezza. Ma le tempistiche con cui i pacchi giungono a destinazione possono variare a seconda della tipologia di raccomandata e da innumerevoli altri fattori.

Insomma comprendere dove si trova la raccomandata è indispensabile per sapere quando essa verrà recapitata. Proprio per venire incontro alle esigenze di chi intende individuare la posizione del proprio pacco, è stata da tempo introdotto il servizio di rintracciabilità raccomandate. Come funziona?

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Rintracciabilità raccomandate: come usufruire del servizio

Sono tanti i dubbi che possono attanagliare chi ha appena inviato un pacco o una semplice lettera, magari molto importante. “E’ arrivato?” “Quando arriverà?”. I ritardi e le inefficienze del servizio di spedizione sono davvero tanti, perciò informarsi sull’avvenuta spedizione è essenziale, per stare tranquilli.

Il servizio di rintracciabilità delle raccomandate è garantito da un codice che accompagna tutte le spedizioni realizzate sul territorio italiano. Ed è proprio questa serie numerica che consente di sapere, con precisione, la posizione della raccomandata inviata.

Sono due le strade praticabili per l’identificazione della raccomandata: un servizio apposito di Poste Italiane o particolari applicazioni per smartphone e tablet. Entrambe consentono la rintracciabilità delle raccomandate in pochi istanti con la massima sicurezza: insomma cambia solo la procedura.

Poste Italiane: come funziona “Dove e Quando”?

Poste Italiane cerca spedizioniE’ il metodo più utilizzato e probabilmente anche il più sicuro per rintracciare il proprio pacco. Basta recarsi sul sito di Poste Italiane, nell’apposita area “Cerca Spedizioni”.

In questa pagina l’utente è riportata la domanda “Hai spedito una lettera o un pacco?”. Il servizio è, infatti, attivo anche per normali spedizioni. A questo punto è indispensabile, però, conoscere il codice della propria raccomandata o del pacco nell’apposito spazio “Cerca spedizione”.

Dopo aver digitato la serie numerica è possibile cliccare sul bottone subito sotto “Cerca” per individuare la posizione.

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E’ possibile anche cercare più raccomandare attraverso il link “Ricerca Multipla” posizionato a destra. Dopo aver cliccato su “Invio” la pagina può richiedere un’ulteriore informazione per rintracciare con precisione la raccomandata. Si tratta della data di spedizione o almeno il periodo. Le informazioni, in questo caso, sono da indicare nel menu a tendina sotto la voce “Periodo”. Dopo aver selezionato tra le possibili opzioni, si potrà cliccare nuovamente su “Invio”.

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Nel caso siano state indicate tutte le informazioni correttamente, il programma di rintracciabilità raccomandate invierà la posizione del proprio pacco. Sarà possibile, a questo punto, visualizzare uno schema nel quale saranno riportati i vari passaggi che la raccomandata ha effettuato, nei vari uffici postali. Sotto la voce “Data e Ora” il sistema mostrerà le varie fasi della spedizione: dalla data di presa in carico fino alla consegna, qualora sia avvenuta.

Per segnalare l’arrivo del pacco a destinazione, l’area in alto a sinistra, con la scritta “Consegnata”, sarà colorata di verde. In basso, invece, si potranno visualizzare tutte le informazioni essenziali riguardo la consegna della raccomandata: data e ora dell’avvenuto rilascio.

La pagina può essere anche scaricata attraverso la voce “Download” con la possibilità di inviare il tutto attraverso una mail. L’intero procedimento può essere effettuato, inoltre, anche con smartphone e tablet.

Come utilizzare il servizio con smartphone e tablet

Utilizzare i dispositivi mobili permette di accelerare il processo. Il procedimento può essere portato a termine semplicemente con il proprio browser attraverso il sito di Poste Italiane “Dove e Quando”. Bastano pochi minuti e, realizzando i vari passaggi precedentemente descritti, è possibile rintracciare la raccomandata, come sul computer.

Un’altra opzione, da prendere in considerazione, è di scaricare l’apposita applicazione di Poste Italiane dal nome “Ufficio Postale”. L’app è disponibile sia per gli smartphone iOS che Android ed è completamente gratuita. Una particolare funzione dell’applicazione consente di accedere alla rintracciabilità delle raccomandate in pochi minuti.

Subito dopo l’avvio dell’app è possibile digitare su “Cerca Spedizioni”, mostrato immediatamente nella schermata iniziale. Anche in questo caso, naturalmente, è indispensabile digitare il codice della raccomandata oltre all’indicazione della data di spedizione nello spazio specifico alla voce “Quando è stato spedito?”La funzione è attiva tutti i giorni, ma solo dalle ore 7 alle 23.

Le altre app per la rintracciabilità delle raccomandate

Può capitare, in alcuni casi, che l’app di Poste Italiane non funzioni; cosa fare in questo caso? Oltre a contattare il servizio di assistenza di Poste Italiane, è possibile scaricare altre applicazioni di terze parti. Sono tante le app specializzate nel campo della ricerca delle spedizioni. iTracking Lite è senza dubbio una della applicazioni più utilizzate. Un’app italiana che consente di tracciare i pacchi di Poste Italiane, ma anche dei maggiori corrieri privati nazionali ed internazionali.

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Il download può avvenire gratuitamente, ma solo per la versione di base. Quella “avanzata” consente di accedere ad una quantità maggiore di funzioni rintracciando molti più corrieri e, per maggiore comodità nella visualizzazione della schermata, elimina tutti i banner pubblicitari. L’app è disponibile sia per iOS che per Android.

Testamento olografo: a cosa serve e come compilarlo

Testamento olografo Guida completa

Quando si parla di testamento olografo si intende quella che è la forma più diffusa di testamento. Nello specifico, quindi, si tratta dello strumento che si ha per esprimere quelle che sono le proprie ultime volontà in maniera libera e spontanea.

Non sono necessari toni formali, la presenza di un notaio e/o di testimoni, dato che si tratta di mettere nero su bianco quelle che sono le proprie volontà che devono essere rispettate dopo la morte.

L’unico requisito richiesto, e obbligatorio, è quello sancito dall’art. 602 del Codice Civile, che sancisce, proprio nel suo primo comma, che il testamento olografico debba essere scritto per mano del testatore e che deve recare data e firma, che devono essere originali e non apposte in una fase successiva.

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Testamento olografo: come si compone?

A questo punto, quindi, ci si può domandare quali siano i requisiti fondamentali del testamento olografo. Come detto, si tratta di uno strumento che non richiede rigore formale o la presenza di un notaio nel momento in cui viene redatto. Tuttavia, ci sono dei requisiti fondamentali che devono essere rispettati, se si desidera che questo risulti valido.

Nello specifico, ci sono tre requisiti fondamentali, che andremo ad analizzare immediatamente.

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Il primo requisito obbligatorio è l’autografia, ossia la scrittura a mano del testo, a opera del testatore che non potrà avvalersi dell’ausilio né di terze parti né, tanto meno, di mezzi meccanici.

Se il testatore si affida alla mano di un terzo soggetto, allora il requisito in questione viene meno, perché non si può dimostrare la corrispondenza del contenuto del testamento con quelle che sono le volontà del soggetto, così come sancito dalla Cassazione con la sentenza numero 24882 del 2013.

Altro punto focale, senza il quale è tutto invalido, è la sottoscrizione. Questo è un requisito senza il quale il testamento risulta essere invalido, dato che va a mancare una delle parti fondamentali dello stesso. La firma deve essere apposta di proprio pugno dal soggetto che ha scritto il testamento, a testimonianza del fatto che si tratti delle sue volontà così come sancito dall’articolo 602 del Codice Civile, già citato.

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Si deve ritenere il testamento valido anche se “la sottoscrizione delle disposizioni di ultima volontà è stata apposta a margine o in altra parte della scheda, anziché in calce alla medesima, a causa della mancanza di spazio su cui apporla”, così come deciso da Cass. n. 14119/2014.

Testamento olografo: altri dettagli

Il testamento olografo può anche essere invalido. Due sono le tipologie di invalidità del testamento in questione e, nello specifico, sono la nullità e l’annullabilità.

Stando a quanto sancito dall’articolo 606 del codice civile, il testamento è nullo quando manca uno dei requisiti di cui sopra, mentre è annullabile anche per un difetto di forma.

La volontà del testatore, tuttavia, deve essere valida e questo significa che “deve essersi compiutamente ed incondizionatamente formata e manifestata e diretta a disporre attualmente, in tutto o in parte, dei propri beni per il tempo successivo alla morte” (Cass. n. 26931/2013).

Va da sé che, sino all’ultimo istante di vita, il testatore può decidere di modificare o revocare il testamento olografo redatto in precedenza. E’ bene quindi sottolineare che nessuno clausola o condizione che voglia impedire quella che è la libera facoltà di revocare o mutare le disposizioni testamentarie è valida e legale.

A questo punto, però, di deve anche parlare di quello che viene definito come testamento inesistente che si ha quando l’atto esiste ma c’è un vizio di forma estremamente grave che lo configura come un falso testamento.

Testamento olografo: perché farlo?

A questa domanda si risponde sottolineando, molto semplicemente, che questo è il testamento più economico e semplice che si possa avere. Se si desidera lasciare le proprie volontà, questo è il mezzo più immediato per farlo e qualsiasi soggetto può provvedere a stilarne uno, qualora lo desideri.

Alla luce di quelli che sono i requisiti richiesti, si capisce che si tratta di un testamento a costo zero e, pertanto, molto utile nel caso in cui si vogliano lasciare ai posteri delle indicazioni.

Sottolineiamo, però, che anche questo tipo di testamento, che sembra così comodo e conveniente ha delle lacune e può essere rischioso dato che, non essendoci un custode, questo può andare perso o, ancora, può essere rubato.

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Per evitare una simile cosa, si deve depositare il testamento olografo presso un notaio o presso una cassetta di sicurezza.

Ovviamente questo ha un costo e, pertanto, viene a mancare uno dei tanti motivi che spingono i soggetti a fare questo tipo di testamento, ossia le zero spese.

Ditta individuale: quando e perchè aprirla

Ditta individuale

 

Volendo approfondire il discorso che ruota attorno alla ditta individuale ci sono da fare alcune specificazioni preventive.

La prima cosa da dire è che, giuridicamente, questo tipo di impresa fa riferimento a un solo e unico titolare che risulta essere l’unico responsabile dell’azienda stessa e che è, al tempo stesso, il solo promotore di tutta l’iniziativa imprenditoriale. In poche parole, l’azienda è sua così come lo è la responsabilità di gestirla.

Si tratta, quindi, della forma giuridica meno onerosa nella quale ci si può imbattere nel momento in cui si decide di mettersi in proprio. Nell’ambito del lavoro autonomo, l’azienda individuale non richiede particolari adempimenti se non l’apertura della partita IVA da parte dell’imprenditore. Per quel che concerne il capitale sociale, questo non viene obbligatoriamente richiesto.

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Questo significa che chi desidera avviare tal tipo di attività non ha l’obbligo di investire un capitale iniziare, neppure minimo. Tuttavia, si deve anche ricordare che l’imprenditore è l’unico responsabile e, pertanto, il rischio di impresa ricade solo e unicamente su di lui.

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Si badi bene che questo significa che tutto il patrimonio dell’imprenditore è soggetto a rischio di impresa e , in caso di debiti o pagamenti insoluti, è solo lui che risponde anche con i suoi beni privati che nulla hanno a che vedere con l’azienda.

Questo è uno dei limiti della impresa individuale che, però, viene accettato dato che, come specificato, non ci sono particolari obblighi per l’apertura della stessa

In caso di insolvenza dei debiti della ditta individuale, egli risponde nei confronti dei terzi con tutti i suoi beni, anche personali.

Come si apre una ditta individuale?

 Come detto in precedenza, quello che caratterizza la ditta individuale è che si tratta di una attività economica estremamente semplice da costituire, dato che non si deve sottostare a obblighi di legge rigidi e servono pochi step per poterla aprire.

Nello specifico, se ci si chiede come aprire un’impresa individuale, la risposta è semplicemente andando ad aprire una partita IVA. Per aprire la partita IVA ci si deve rivolgere all’Agenzia delle Entrate che è l’ente preposto per questo tipo di pratica.

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Il tutto ha un costo molto basso e servirà per avviare l’attività. Dopo aver aperto la p. IVA e aver chiesto licenze e autorizzazioni, sarà fondamentale andare a iscrivere l’azienda nel registro delle imprese che si trova presso la Camera di Commercio del proprio capoluogo di provincia. Per fare questo verrà richiesto il pagamento di una somma che dovrà poi essere versata con cadenza annuale per confermare la permanenza nel registro.

A chi conviene la forma ditta individuale

 Quando e a chi conviene aprire una impresa individuale?  Come abbiamo detto, questo tipo di ditta non richiede un lungo iter per essere aperta, così come non richiede il versamento di un capitale sociale iniziale. Proprio per questo motivo, ci sono dei casi in cui calza proprio a pennello.

Per essere più specifici, tutti quei mestieri che ammettono la presenza di un unico titolare possono potenzialmente portare alla nascita di una impresa individuale.

Commercialisti, avvocati, ingegneri e, ancora, consulenti marketing, medici, massaggiatori, estetiste, elettricisti e molti altri possono aprire una ditta individuale e usufruire dei tanti vantaggi a essa connessi.

I vantaggi della ditta individuale

 Dopo aver tracciato il quadro generale, è utile entrare nello specifico, andando a mettere sul piatto della bilancia quelli che sono i pro e i contro dell’impresa ditta individuale, i vantaggiindividuale.

Partendo dai vantaggi, c’è indubbiamente da dire che si tratta di una azienda che si può aprire facilmente, dato che basta la sola iscrizione alla Camera di Commercio e l’apertura della p. IVA.

Inoltre, il tutto è fattibile in tempi veramente ridotti e, soprattutto, i costi sono pochi. Ma non è tutto: anche da punto di vista della contabilità aziendale è tutto molto più semplice, dato che ci sono pochissimi oneri amministrativi, pochissimi oneri fiscali.

L’imprenditore, che da solo gestisce il tutto, è l’unico che ha potere decisionale e, pertanto, non deve avere a che fare con un consiglio di amministrazione o con degli altri organi decisionali tipici di altre forme di azienda che potrebbero bloccare o rallentare l’iter decisionale. Tutto ciò, quindi, porta a prendere delle decisioni in autonomia e questo è uno dei principali vantaggi. Inoltre, ci sono costi di gestione limitatissimi e non si deve redigere il bilancio di fine anno.

Tutti questi vantaggi sono da tenere in considerazione e, sicuramente, spingono moltissimi lavoratori autonomi a propendere per questo tipo di azienda. Ma ci sono anche degli svantaggi e andremo a elencarli, in modo tale da rendere ancora più chiaro il quadro.

Il primo, grande svantaggio è che l’imprenditore ha una responsabilità illimitata anche nei confronti dei creditori. Quando ci sono debiti non pagati, quindi, quest’ultimo dovrà pagare con il suo patrimonio personale. Inoltre, l’imprenditore è l’unico che mette delle risorse nell’impresa e tutto ciò non gli permette di avere una solida credibilità nel momento in cui va a chiedere delle sovvenzioni o degli aiuti a enti creditizi. Altro svantaggio, che è il risvolto della medaglia, è che non ha nessuno con cui confrontarsi, perché non ci sono altri soci.

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Prima di decidere se aprire o meno un’azienda di questo tipo, consigliamo di mettere sul piatto della bilancia tutti i pro e i contro, andando così a decidere se è utile o meno per il proprio caso e per la propria situazione lavorativa. Solo dopo averlo fatto, si consiglia di procedere con l’eventuale apertura di questa tipologia di ditta.

C’è da dire che la ditta individuale potrebbe essere considerata come un valido punto di partenza per mettere in piedi e rendere concreta un’idea vincente che, con il passare del tempo, potrebbe evolversi e trasformarsi in altre forme di impresa più articolate ma anche più redditizie.

Nota di debito e riconoscimento di Debito: capiamo cos’è

Nota di debito

Nel diritto tributario possono esservi alcune difficoltà nella distinzione tra alcuni termini e tipologie di atti. In questo articolo vogliamo approfondire ciò che sono e ciò che comportano la nota di debito e il riconoscimento di debito. Di che cosa si tratta? Lo vediamo nei prossimi paragrafi.

Cos’è la nota di debito

La nota di debito rappresenta il documento che viene emesso dal venditore qualora si presenti la necessità di integrare gli importi esposti in una fatturazione che è stata precedentemente emessa.

Ciò avviene nel caso in cui, in seguito alla sopracitata registrazione o emissione della fattura, ci si accorga di un errore, di un diverso accordo sopravvenuto o un altro fatto rilevante che comporti un aumento dell’Iva oppure dell’imponibile.

A questo punto il cedente (o prestatore) deve emettere un’apposita fattura integrativa che prende appunto il nome di nota di debito, riferita al maggior importo da addebitare al cliente. Tale nota va emessa obbligatoriamente indipendentemente dalla causa che ha comportato l’aumento e non ha limiti di tempo.

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Quando tale variazione della cifra viene effettuata oltre il termine della liquidazione periodica riferita alla fattura inesatta, allora il contribuente può evitare l’applicazione delle sanzioni del caso, facendo ricorso all’istituto del cosiddetto ravvedimento operoso: tale procedura permette di sanare l’irregolarità attraverso il versamento di una sanzione amministrativa ridotta.

Una volta emesse le note di debito queste vengono registrate nel registro delle fatture emesse e hanno carattere di obbligatorietà, a differenza delle note di credito, poiché l’Iva aumenta quando aumenta l’imponibile.

Note di credito e note di debito: differenza

Entriamo nel dettaglio: abbiamo visto che bisogna effettuare una distinzione a seconda del caso in cui la modifica consista in una riduzione o in un incremento dell’importo indicato nella fattura stessa. Abbiamo anche visto che se si modifica la fattura in seguito ad un incremento si parla di nota di debito, altrimenti detta fattura integrativa.

Tale documento permette di integrare gli importi indicati nella fattura, in caso contrario viene emessa una nota di credito, la quale non è obbligatoria, come invece è la nota di debito. Inoltre la nota di credito può essere emessa solo in determinati casi espressamente previsti dalla normativa di riferimento.

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Un’altra differenza, oltre all’obbligo, è che per l’emissione di quella di debito non è previsto nessun limite temporale, mentre la nota di credito deve essere emessa entro un anno dall’operazione di riferimento.

Come si registra la nota di debito

Ma che cos’è di preciso la nota di debito? In quale forma si presenta? Essa ha la struttura tipica della fattura e come la fattura deve essere numerata seguendo la progressività delle fatture emesse.

Inoltre deve indicare la data di emissione, il numero di fattura a cui si riferisce e tutti i dati previsti in materia di emissione delle fatture dall’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica numero 633 del 1972. Inoltre va rilevata nel registro delle fatture emesse.

Riconoscimento del debito: la guida completa

Ora che abbiamo fatto chiarezza sulla nota di debito vediamo che cos’è invece il riconoscimento del debito, che può essere definita anche ammissione del debito o ricognizione del debito: come si evince dalle denominazioni, si tratta di una dichiarazione unilaterale recettizia che ha carattere negoziale. Con tale dichiarazione il dichiarante si riconosce debitore nei confronti di un altro soggetto.

Il riconoscimento del debito è molto importante in ambito probatorio, poiché chi riceve tale dichiarazione a suo favore è esonerato dal dover provare in giudizio l’esistenza del proprio credito.

La ricognizione del debito, se documentata, non ha l’effetto di far nascere quindi un’obbligazione, ma ne costituisce una prova dell’esistenza di una precedente obbligazione.

Leggi riconoscimento del debito

L’atto ricognitivo del debito è contemplato dall’articolo numero 1988 del codice civile, in cui si può leggere che “colui a favore del quale è rilasciato, viene dispensato dall’onere di provare il rapporto fondamentale”, come detto nel paragrafo precedente.

A differenza dei ciò che avviene nella promessa di pagamento, in cui, appunto, si promette di saldare un debito, con la ricognizione del debito ci si limita a riconoscersi debitori, fattore che, come abbiamo sottolineato, facilita notevolmente il creditore nell’intenzione di riottenere ciò che gli spetta.

Recupero del credito

Tuttavia questa ammissione da parte del debitore, pur facilitando il creditore nel recupero di ciò che gli spetta, non possiede un valore assoluto: è quindi possibile per il debitore dimostrare la prova della insussistenza del debito. La presunzione della ricognizione del debito infatti è una presunzione juris tantum di esistenza del debito (ossia una presunzione giuridica che ammette una prova contraria: si tratta soltanto di un’inversione dell’onere di prova).

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Ciò significa che l’efficacia di questa ricognizione esclude ogni profilo sostanziale: di conseguenza non risulta possibile per le parti, senza avere un’adeguata causa giustificativa, creare una situazione giuridica soggettiva di segno passivo, poiché non è sufficiente porre soltanto in essere un atto ricognitivo di debito.

Distinzioni tra ricognizione pura e ricognizione titolata

L’atto ricognitivo del debito permette di effettuare una distinzione tra una ricognizione pura ed una titolata. Quali sono le differenze? Con la ricognizione del debito pura viene evocato il rapporto fondamentale legato al debito; nel caso della ricognizione titolata, invece, la natura non muta in dipendenza di tale aspetto.

In ogni caso sia la ricognizione pura che quella titolata determinano una presunzione di esistenza del debito, ma in quella titolata la titolazione rende più facile per il debitore dimostrare l’insussistenza del rapporto oppure l’estinzione dell’obbligazione.

Divorzio breve: concludere il matrimonio in accordo

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Il divorzio è l’atto giuridico tramite il quale vengono sciolti gli effetti civili del matrimonio. Il divorzio può essere distinto in divorzio congiunto, quando i coniugi sono di comune accordo, o divorzio giudiziale quando non vi sono accordi.

E’ il codice civile, in particolare l’articolo 149 a disciplinare il divorzio, e  la legge 898/1970 che l’ha istituito in Italia.

In quest’articolo parleremo del divorzio breve, chiamato anche divorzio comune, delle leggi che l’hanno istituito, delle modalità in cui viene effettuato, dei pro e contro, e delle spese relative.

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Cos’è il divorzio breve?

Quando si parla di divorzio breve o divorzio comune, ci si riferisce ad un divorzio congiunto, in cui entrambe le parti hanno di comune accordo deciso di sciogliere gli effetti civili del matrimonio. Questo divorzio permette di accorciare i tempi, rispetto ad una causa legale, ma ovviamente devono sussistere delle particolari condizioni affinchè sia possibile effettuarlo.

Qual è la legge di riferimento?

L’articolo cui fa riferimento il divorzio breve è l’articolo 2 del D.L  12/09/2014 n. 132 convertito in Legge n. 162 del 10/11/2014, che permette di porre una cessazione agli effetti civili del matrimonio ed allo scioglimento del vincolo matrimoniale. Ma è attraverso la legge del 6 Maggio 2015 n°55, che si consente lo scioglimento del matrimonio in tempi molto più brevi.

Tale legge da la possibilità a tutti coloro che vogliono divorziare o cambiare determinate condizioni prese in precedenza, di presentarsi al cospetto di un sindaco appartenente al comune di residenza di uno dei due coniugi ed effettuare tali procedure.

Queste normative hanno semplificato notevolmente il procedimento di divorzio, ma questa semplificazione è possibile solo qualora vi sia una separazione consensuale, una modifica delle condizioni di divorzio condivisa ed un divorzio in forma congiunta.

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Si parla così di accordo davanti all’ufficiale di Stato Civile e di Negoziazione assistita. Attraverso l’accordo davanti all’ufficiale di Stato civile, il vincolo matrimoniale può essere sciolto firmando un accordo davanti all’ufficiale di stato civile, il sindaco. Dall’11 dicembre 2014, è possibile fare ciò anche senza la presenza dell’avvocato, e questo ha permesso di semplificare ulteriormente le separazioni, tuttavia questa revisione può essere applicata solo in presenza di alcune condizioni:

  • Per chiedere il divorzio sono necessari 3 anni di separazione;
  • Assenza di minori, portatori di handicap o non economicamente autosufficienti;
  • Il patto che si viene a creare non deve contenere nulla in merito al trasferimento dei beni patrimoniali.

Qual è l’iter da seguire per il divorzio breve?

Come fare divorzio breveLa procedura è semplice e per far sì che tale pratica venga portata a termine entrambi i coniugi devono dare il consenso.

Una volta al comune, i coniugi potranno ufficializzare le loro intenzioni davanti all’addetto anagrafe, oppure qualora tale figura non sia presente davanti al sindaco del comune, che funge da ufficiale di Stato.

Una delle due figure appena citate, dopo aver accolto la richiesta dei due coniugi e redatto un atto contenente le loro dichiarazioni, darà loro un periodo di riflessione di circa 30 giorni, e li inviterà a soprassedere.

Se dopo i 30 giorni non sarà cambiato il pensiero di partenza, si procederà con il divorzio.

Nel caso in cui sussiste anche una sola condizione di esclusione tra quelle precedentemente elencate, allora si parlerà di negoziazione assistita, in cui sarà necessario l’intervento di un avvocato per parte.

L’avvocato deve in un primo tempo, permettere ai coniugi un periodo di riconciliazione, dopodiché dovrà redigere l’accordo tra le parti, un documento che dovrà essere firmato dai coniugi e che poi verrà consegnato al tribunale per ottenere il nullaosta del patto matrimoniale, oppure in comune o all’ufficio anagrafe, come detto in precedenza.

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Nel primo caso il nullaosta deve essere inviato entro 10 giorni al comune dove è stato celebrato il matrimonio, mentre in caso siano presenti minori o persone incapaci, l’accordo verrà trasmesso al Procuratore della Repubblica il quale darà l’autorizzazione solo se ritiene che tale prassi non infici sui figli.

In caso contrario, l’accordo, entro 5 giorni, viene trasmesso al Presidente del Tribunale e solo successivamente, in caso di accordo autorizzato viene informato l’avvocato.

Infatti, secondo l’articolo 189 del Codice di rito Civile, nel caso in cui siano presenti figli non autosufficienti, il procedimento di divorzio breve sarà più lungo perché si inizieranno delle verifiche per valutare eventuali ripercussioni sui minori.

Nel caso in cui non si ottenga l’approvazione, la separazione sarà giudiziale e il divorzio avverrà dopo circa 1 anno.

Divorzio Breve: quali sono i costi?

I costi del divorzio breve davanti all’ufficiale di Stato civile sono minimi, infatti, questi prevedono un somma pari a 16 euroDivorzio comune tramite bollettino postale indirizzato all’ufficio matrimoni.

Per coloro che scelgono di divorziare in maniera “veloce” al cospetto di un avvocato, quindi attraverso la negoziazione assistita, la tariffa varia da avvocato ad avvocato, e varia anche in base alla città dove il professionista esercita la professione.

Di solito, il costo è elevato nelle grandi città come Milano, ed è ancora basso nelle città del sud come Napoli, Palermo e Cagliari.

Quali sono i pro ed i contro del divorzio Breve? Opinioni e confronti

Come ogni situazione, anche il divorzio breve ha i suoi pro e contro, che comunque cambiano in base al punto di vista delle persone.

Tra i vantaggi c’è sicuramente il fatto che questa è una procedura veloce ideale per le coppie incompatibili che vogliono subito tagliare con il passato, oppure per tutte le coppie già separate e che hanno saputo raggiungere accordi accettabili da entrambe le parti. In questi casi, la legge da la possibilità a queste persone di ricrearsi una nuova vita nel più breve tempo possibile e a costi minimi.

Per quanto riguarda gli svantaggi, poniamo l’attenzione su quelle coppie che in corso di separazione continuano a farsi ‘guerra’ sul patrimonio da dividere, sull’affidamento dei figli. Secondo alcune statistiche, la principale conseguenza di questa legge è stata l’aver sminuito il valore del matrimonio; chi si sposa non è più tutelato, infatti, molti si separano per cause fiscali. Molti pensano addirittura che questa legge aumenti le separazioni e le violenze ad esse correlate.

Contro coloro che abbracciano il versante cattolico e che vanno contro a questa legge affermando che possa intralciare maggiormente la serenità di una coppia nel decidere cosa farne della propria vita, se cercare di ricostruire insieme la storia, ci sono quelli che pensano che questa legge metta l’Italia allo stesso piano degli altri paesi europei.

Infatti, si parla spesso di turismo, divorziale, coppie che prima di questa legge si recavano all’estero per beneficiare delle leggi di quel luogo.

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Va detto, in ultima analisi, che non tutti i comuni esercitano questa funzione, proprio per questo motivo è opportuno controllare bene sul sito ufficiale del vostro comune di riferimento, oppure informarsi presso gli uffici preposti.

Anapi: l’associazione degli amministratori di condominio

tutto su Anapi

Le realtà condominiali spesso si trovano a dover affrontare situazioni controverse. Per questo nel 2005 è stata costituita l’Anapi. Di che cosa si tratta? Di che cosa si occupa? In questo articolo scopriamo proprio le risposte a queste domande.

Innanzitutto spieghiamo che “Anapi” è l’acronimo di Associazione Nazionale Amministratori Professionisti di Immobili ed è una associazione impegnata in ambito formativo attraverso la creazione di strumenti e l’offerta di servizi utili per sostenere e promuovere il processo di riqualificazione della realtà condominiale.

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Attualmente l’Anapi è inserita nell’elenco delle Associazioni Professionali che rilasciano l’attestato di qualità dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Cosa fa in concreto questa associazione abbastanza recente? Essa, seguendo i principi legati alla legge di riforma del condominio e in linea con la vigente normativa della Comunità Economica Europea, sostiene e collabora con coloro che vogliono diventare amministratori condominiali, oltre a formare chi è già un professionista del settore.

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Non solo: essa forma e prepara i suoi allievi in vista della collocazione nel mercato lavorativo in ambito immobiliare e condominiale. La creazione di una associazione come questa è dovuta alla consapevolezza del ruolo fondamentale ricoperto da questi professionisti nella gestione del patrimonio immobiliare esistente nel Belpaese.

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Sedi e servizi Anapi

Anapi si trova in ben 18 sedi provinciali dell’Italia, dove offre (ovviamente a tutte le sedi nazionali) servizi, assistenza e consulenza, non soltanto in vista di una formazione ma anche con un ruolo di aggiornamento circa le norme vigenti.

Una delle peculiarità di Anapi è l’assenza di motivazioni di lucro. L’associazione possiede la Certificazione di Qualità ISO 9001-2008, certificato rilasciato da Bureau Veritas Italia Spa. Si tratta della prima struttura in Italia ad aver ottenuto tale riconoscimento da BV Bureau Veritas come organismo di valutazione per l’erogazione dell’esame di certificazione dell’Amministratore Condominiale e Immobiliare. Inoltre ha ottenuto la stessa certificazione di qualità anche per i corsi Anapi per Amministratore di Condominio.

Come Iscriversi all’Anapi

Una delle qualità più evidneti dell’Anapi è legata all’importanza che ricopre in mancanza di un Albo riconosciuto a livello nazionale in questo settore. Mancando tale riferimento, il ruolo dell’Anapi è importante, poiché rappresenta una garanzia di competenza e professionalità. Infatti non tutti possono iscriversi a questa associazione unica nel suo genere: per potervi accedere è requisito basilare superare l’esame finale di un corso di formazione, il quale si può seguire sia in aule e corsi “fisici” che online.

Come abbiamo anticipato, oltre ad offrire una preparazione, Anapi crea e organizza altre opportunità volte a promuovere lo sviluppo e la qualità dell’ambito, attraverso la promozione della costante formazione di chi lavora in questo settore.

Per questo sul sito si possono trovare corsi di specializzazione e aggiornamento, oltre a riscontrarvi la possibilità di accedere ad una polizza assicurativa per responsabilità civile professionale (garantita da TUA Assicurazioni) e oltre alle convenzioni stipulate con istituti bancari e uffici postali di tutto il territorio nazionale, così da garantire accessibilità a tutti.

Modulistica per aderire all’Associazione Anapi

Come fare per diventare socio Anapi? Per iscriversi bisogna accedere al sito ufficiale, dove si trova un modulo apposito, il quale va compilato e inviato sia via fax (al numero indicato sul sito), sia per via email.

A tale modulo bisogna allegare alcune fotocopie: innanzitutto serve la fotocopia della partita Iva del soggetto che desidera iscriversi. In secondo luogo bisogna allegare la fotocopia del proprio titolo di studio e infine l’elenco dei condomìni amministrati. L’iscrizione però può essere richiesta anche dalle eventuali società che svolgono attività di amministrazione di condomìni.

Requisiti per iscriversi all’associazione amministratori di condominio

Naturalmente sono necessari alcuni requisiti per poter accedere a questa associazione. Quali sono? In primis bisogna aver compiuto i 18 anni d’età. In secondo luogo bisogna essere cittadini italiani oppure di uno stato facente parte della Comunità Europea, ma avere residenza stabile in Italia. Inoltre è necessario godere dei diritti civili e assenza di condanne contro il patrimonio ed aver conseguito il diploma di scuola secondaria superiore, infine bisogna presentare la partita Iva oppure il codice fiscale.

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Incompatibilità di iscrizione Anapi

Ci sono dei casi in cui tuttavia non è possibile inviare la propria domanda. Quando? Uno dei motivi di incompatibilità per far parte di Anapi è l’iscrizione ad altre associazioni di amministratori di condominio o immobili, o in generale l’appartenenza ad organismi che perseguono obiettivi simili.

Quanto costa essere iscritto ad Anapi

Per potersi iscrivere è richiesta una quota partecipativa. La quota da versare ammonta a euro 150,00, cifra che va versata solamente nel primo anno di iscrizione sul conto corrente indicato sul sito Anapi.

Sarà il Consiglio Direttivo stesso a verificare la sussistenza dei requisiti per l’iscrizione. In quanto delegato per lo svolgimento di tale compito, il Consiglio delibera l’ammissione dei nuovi associati, ratificata dalla presidenza nazionale.

Quando ci si può considerare parte di Anapi? Essa decorre dal momento dell’assegnazione da parte della Segreteria Nazionale del numero di iscrizione al Registro associativo. Per ogni informazione l’associazione mette a disposizione un numero di telefonia verde, ossia il numero 800.032.155.